Carmen Grattacaso
 
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Ricordo il sogno diviso sopra il letto
e lo scendere lieve del ricamo,
il ridere sommesso...
 
Ricordo il segno e senza offesa il resto
del sorriso, la carezza riversa sul lenzuolo
e la vita fatta a mano con ferri larghi
come il tempo che prendeva e lavorava,
il merletto dei gesti che noi disfacevamo piano.
 
Entra come allora felice, cantando.
Ritorna come se non fosse stato niente.
(I pugni dati forte contro il cielo.
Perché -  io mi chiedevo- se tutto era pulito?
Ma tu eri dentro quella morte antica,
il lenzuolo col corpo di tuo padre
avvolto com'era stabilito.)
 
Guidando dietro il carro tu non piangevi,
io stordita guardavo le croci dei passanti.
 
L'ultima estate nostra.


Inediti


Il tempo di un vagito, uscire per poi
dolorosamente rientrare
nel complicato, piccolo spazio.
 
C’è un luogo ancora, forse,
che ospiterà la nuova nascita
e farà bende di lino per l’atteso,
temerario ospite.
 
 

Hai le barche con te.
 
Le vedo  fra i tuoi occhi e l’onda della stanza.
Culle dolci che vorrebbero prendermi.
Fra il mare e la tua voce veleggiano
bianche e tranquille, senza tempo.
Se fluttuo nel legno profumato delle parole
ammaino vele con te.
 

 
I sogni non hanno madri.
Stanno dietro le porte e lì sbirciano, vuoti.
Sono come le onde che non chiedono al mare.
 
I sogni stanno fermi, curiosi ballerini
con organetti nascosti negli sguardi
per apparire su spalancate vite.
 


 
Come una madre sulla porta di casa
di premure coprirei il mio prigioniero,
incautamente trascinando via l’anima
dal suo posto tranquillo.
 

 
E’ entrata nel giardino. Ha calpestato,
ed orme ha lasciato sull’erba, petali grigi
al posto di un cuore a lungo coltivato.
 
Un intero mondo per un quadro incompleto
da appendere quando nessuno guarda
su una parete obliqua.

 
 
Hai aperto le tue braccia e sono entrata.
Finalmente sono andate via le onde, le voci.
Ho potuto adagiarmi nella tua notte
fra il fuoco e la neve,
ascoltare i ruscelli delle tue parole,
ancora bere.
 
Mi hai disegnato il gioco con dita di madre.


L’afa brilla come un diamante.
 
Sola posso cadere senza fare male,
come una stella d’agosto
col desiderio che s’uccide con me.
 
 

Le stanze sono barche rinchiuse
in porti d’assenze, con remi stretti
a corde di risvegli, forti di sogni.
 
Quelle della vita navigano in mari
senza fondo ed hanno vele aperte.
 
 

Nessuno sa quanto è più bello
ridisegnare il cielo dopo averlo scomposto
in minuscole particelle e stelle;
quanto è calda la terra di chi cammina
dopo avere capito e stretto dentro di sé
l’istante, il fuoco.
 
Nessuno sa quanto ci vuole per questo,
il continuo accendersi e spegnersi
della fiamma portata
come fiaccola fra i vicoli dell’anima.
 


Ormai vivo in un ring
e dondolo sulla rete
sempre al limite del K.O.
 
Eppure potrei saltellare anch’io
col braccio per aria
e il viso istupidito del campione
se solo non indossassi guanti di rosa
e non riempissi il pugno di miele.
 
 

Come le fate dei boschi
ho gettato semi al cielo di primavera.
 
Così ho dato una casa al mio letto
che pendeva come un tralcio secco
sull’erba del giardino.
 
 
 
Questo verso scomposto
ha dita bianche
e teme e cresce.
 
Invade le parole
e non ha pose
ma scarne frecce.


 
 
Carmen Grattacaso è nata a Salerno. Nel 2005 ha pubblicato la sua prima raccolta di versi "Il luogo e la distanza", edizioni Plectica, con la prefazione di Mariella Bettarini e i disegni di Antonio Petti. Alcune sue poesie sono apparse su “ Poesia”, “ La Mosca di Milano”, “ Capoverso” e la rivista di poesia internazionale “ Gradiva".



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pagina aggiornata il 23 dicembre 2008