Paolo Fichera
 
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al cielo si perdona la sera
 
raccolta composta tra il 2 e il 5 novembre 2006
 
 
Innesti



per il pino che è quercia
lussureggiante candore
risvegliarsi era l’osceno, il povero,
il proscenio dove la rovina incute timore

 


&
la struttura è finitudine
vento specie di un luogo:
sai maestrale, libeccio, garbino;
barbaro e povero l’innesto
un flusso adagio, un frammento del
adagio e poi il mondo è barbaro
pure una costanza flessa
tracce molli il coraggio nel
innesto
 
&
la terra pulita, conchiglia di rame
mare, giovane dolore che
Dio nel mio abbraccio, musica
ogni quadro un germoglio, tu sei la
ecco la stanza del fuoco, ogni arpa
i bambini rincorrono una palla,
la ruota che ricompone le membra, le fa
ora un quadro, altro
un fuoco mite
 
&
la luna, le ansie, la sposa di
nessuno dualità fiera, cibata
in frammenti; briciole, gettate in ogni direzione
la carta è vita, l’unica soave
dolce richiamo: inferno ramato oltre
sai, vuoi il
lingua della fede parole di santi
con contorni di uomo, vendetta del
ricordo, il bimbo prega e cane che
dolce richiamo, la carta è vita,
unica, soave
 
&
le parole vergini hanno lo stesso vento
le sentenze come sai il rubino
il passo, l’anello che si fa
debole ancora il bimbo
senza civiltà, né fuoco, né mattone
terra diverrà acqua, ogni pesce sarà
il bimbo respirava nell’attesa
la lingua morde e feconda, cerchio di
lo spazio, mattone, contorta su se
carta e pelle, la vita bella
 
&
Il cerchio non è Tutto, la questua
un dondolare di frammenti, chiusa
struttura, serena specie, dicono razza se
divario si affossa e rumina la specie ancora
il rimar lento particelle non dare al
il corpo un lento mente una farsa se
dai al corpo uova e sperma ampia la
giardino di grembi, sommerse rovine
le vergini indorate di sperma
la resa
 
&
una corona di vagiti    illudono
il cielo annaspa lo spazio
abitudine è anima, corso
immacolato solo il calcolo rugginoso
un ritorno d’inferno e divino
la bandiera ferma, l’asta che
scendere d’un gradino
ecco la miniera dei metalli, la sposa
che nella cinta diviene gemella
vagito carsico, armonico disagio
 
&
il, seme: un calco, il
viscere, la parola segno
sia funzione, piedi che muoiono
assaggio, annaspo, civiltà che
si crea l’abbraccio, vieni la
funzione delle radici, trapassi
il lembo esco ora ogni direzione sa
altro il passo reciso corale d’ombre e
frammenti piante che cresce pianta d’
tacere d’inferno, nomi cristiani, tre tomi
che incuti ora timore, le mani, mercanteggiare
da ogni istante a ogni possibilità
 
&
la rosa brunita e scrivi: la disperazione
è luogo. il canale è luogo, la bellezza è
disperazione, l’io è luogo, capelli ramati e
innesti sangue in struttura, s’infeconda la
biografiaauto, di versi, l’opposto seme dove
adagia i muscoli; il bimbo mangia un gelato
o scismi fioriti, foglie fatte marmo nel
sai che tu andrai in ora scendo nell’ora
mia tua sorella, luogo, riparo, grotta
tutto comprendi è cavità per l’eco
 
&
teatro limaccioso, vita, i sogni
getti di sperma, indecente coroni
gerundio a scapola. ogni sasso si
vai al passo, recidi, la mia vena la
tua vena incute timore ogni ricordo
alito non respiro. Il luogo della
poesia in infanzia già dato ogni passo
ogni passo; cultura massacrata non
barbari ma fuori dalle corti il perdono
violava il tuo sai la resa imbellettata
in soglia brucio sono padrone
 
&
assoluto vigore
nel seno, in seno
gonfia opaco il ricordo:
la lingua tradotta, la tua
prigione che scava biologia e
spezie sai il trapasso l’uomo
dormiva la sera il lento andare dove
manto ricopre spalle, un paese
morto la
morto uomini stesi, la dolcezza
è nel pane ricoperto di semi
infiniti cani osso e polpa che
un cervo ampio fecondava il bosco
di sperma, polline ricopriva manto e
il paese bagnato dall’acqua non moriva:
è questa la pena che s’arrende a moriva
 
&
solo incutere livore a sera
semenza a oltraggio di vai
un trapasso lento agognato
pelle sedie pelle tua mia pelle
la notte è più chiara dell’ombra in
tu pelle in oltre i capelli tuoi:
qui la struttura è mondo, altro
particelle, donna di teatro ramata
rame trave serena la mente nel
oggi sai i passi della struttura
puoi altro la schiera è feconda
ogni mondo trapassa la cinta
e si fa lacrima di carta: poetica
mente la parola carta
 
&
la sintassi è data: sentenza
profetizza ogni fine, mantello
del rancore diviso in vesti di gioia
poi morte; ogni organo si fa sintassi
a il passo degli uomini, voce per
comandi farsi ordini. Lucra la tua
ora sintassi è fine perché data
metavita, non poesia.
 
&
la cicatrice si ripiega all’interno
il tozzo è sempre pane, prega
per il padre la si evolve il paesaggio
si fa sogno, infanzia battuta: proce
ssione di peccato, una merce il
turbine soave mentre
esplode l’uomo ne siamo fieri
divarica le gambe la donna la
un uomo viola l’infante ne fa sangue
soave l’anima bella qui dove tutto
è carta macina mandibole dolore
e schiavitù, instilla al timore la
pena annidando nidi e colombe
scale e perdizione perché nulla
nel coraggio si perde latra
il poeta: ha sete e digiuna
in corpi sono fiori
il padre muore nella poesia, amen
 
&
la struttura s’infeconda, si fa
battesimo, non cristiano; un vessillo
per la morte nel banale il vento:
i barbari sono orde orbe, nostre
pupille vostre i pianti arrampicanti
oltre la dura legge di mangia un
piatto di verità: la morte è argilla
che scolpisce lo scultore, la madre
l’unico tremore, colore che punisce il
madre colorata, armonioso seme
il battesimo si mentre un adagio si
flebile il fiato s’infila qui nell’ora
pregherò il sale
 
&
la sembianza scolora l’affacendarsi
del passo, luminoso e croco, peccatore
alla gogna ritorna presagio e umori,
inquadratura ogni mondo è paese morto
in civiltà la gogna sale all’alba il grido sono
è per me che sono qui, carsico selvaggio
fieno da bruciare: chiedo un cerino che
sia fiamma e sera nel dammi il presagio
l’ombra impressa sul muro da fiamme
la soavità canaglia dei cuori, brace
persa al un clamore di maglio percosso
da carne ogni macello canto di democrazia
 
&
la famiglia il lezzo è quello del cuore
urinerai bieca su profanata terra, l’arma
nell’amor dolcezza aspra: il cuore muore la
terra muore, il seme mentre tu sei madre
l’infante nasce serena dai vanno i veli
il bimbo sensibile cibo per lupi dove
architettura d’anni armatura di guerriero
che dà un dove muore Maria la sera
realtà è ombra appoggiata su mani
intagliate da preghiera distesa
 
&
vergami il dolore smunto della sposa
la civiltà ai piedi donava arche
cherubini scoscesi impalavano ancora smonti
la traccia da te che mi amavi s’abbevera
il nido, piumaggio oro e smalto, tuo
vanto nell’uomo morto la notte s’attende
nebbia che precipita chi ombra devasta
la pioggia dal basso un rantolo, l’agonia
privilegio di specie celebra la pioggia
sua devastazione
 
&
denti e rosario, l’incenso dei
santi, porta la pace all’osceno, a lo
schermo che preghiere ritte, candele di
carne, lo spirito santo, la città
si muore: altari bagnati, urina santa,
ogni peccato al rossetto una barba inci
de ora l’ocra il selvaggio maglio membro
pace sconfitta, la sbarra separa l’ombra
dal cielo, luce è dolore, strazio Dio
un risorto miraggio
 
&
ho ereditato ciò che dai
l’ho nominato in nome pasto
poi posato intatto alla fiera,
smembra il germoglio miseria scossa
invocato perdono fate del cielo
strazio uragano in la fonte sia
oltraggio ora incido sempre ora chiedi
a il luogo del sacro è dato
il bianco s’incestua nel rosso, oro
 
 



 
 
 
 
Una trasfigurazione in versi di una cattedrale. Dalla scelta del luogo
all´ultima guglia: dove la fonte sia foce, la foce fonte. Un dare senza
essere. Una cattedrale che sia soglia e tomba.
 
 



la carità è nell'altare,
fuoco e cuore puro.
la carità è l'altare, dai pane ora
che sia colonna e astro e sapore.
dà pane ora che sia nel fuoco
nutrimento d'asprezza e sole.
 
oltre le mani e la pietà
perché la semina è del cuore.
riponi in semi gli abbracci
le mani che si fanno ombre
in parete figure e ombre e mani
che si danno in una stessa luce
e pelle come di stemma su marmo
sia di cattedrale il segno e la luce
 
 
 


Iscrizioni in Cattedrale



fedeli al proprio respiro
due respiri di un unico fiato

la parola non ha una fede
che riposa, ghiaccia e ricade

scorza, etereo contorno

il simbolo è gesto che rimane

come una pelle tesa
sorella d’ossa

*

chiedo l’alba
che alimenta la terra
l’alba ghiaccio e sasso
strenua e demente

*

un’alba
che scava il fuoco
nel grembo di legna

piove nell’ombra sepolta
né salvezza né assenza
           cuore selvatico di cane
           lacci di lacrime a stringere
           braci di terra e cielo

*

                                          la mia casa ha molti posti

la ferma necessità
ha molteplici sguardi
e scarti – ora che parola è dolore

fuoco smussa e muta
le parole dei morti, vivo
l’attesa è il principio
                          senza origine

morte è vento
la pioggia ha sete di roccia
si infrange e bagna
il sangue è perdita che rinasce
   
il fianco ripido
                      del silenzio

*

verrà, è venuta, la lebbra bianca
scorza minata orto di scaglie
la nuda linea bianca che si fa terra e confine
figlia, elemento fecondato dal cielo
al congedo sapore d’ossa, calze ramate,
sarà fiore, vena di croce, germoglio
spezzato in terra eccesso, pelle, respiro

*

slabbrato un racconto di occhi
albero antico in una foresta di male
il respiro alimenta la terra, respiro
di croci, ora che il lupo del fuoco e del vento
scarnisce dal sacrario steli di rosa da ossa bambine

*

Il pozzo al sangue
dalla tenebra la viscera
dalla luce lo stelo della rovina
per chi vorrà nuovamente sapere

luce rischiara mani sfrontate
da un mattone di rovina
l’elemento della pietra
dal suolo bagnato
steli di colonne e gioia del canto
accoglie concordia accolta in battito
e saliva, un respiro della vita

*

la foggia del maglio ustiona al colpo
il ferro, la parte non battutta –
un richiamo nel colpo mondato di lerici
grigie, la tua fede, il mio vento
il libro letto dall’alba all’alba
perché la parola sia dio nel tempo
ferro arso per essere del colpo forma
ombra cava del maglio, del ferro
richiamo organico nell’organo diafono
tutto – ciò che è nell’istante in cui non è

*

ora ti avvicina al tempo il sapere
scrostato, sciolto
 nella lunga fornace della specie

rapace l’erba e santa
un passo sarà nel suo ritorno

involucro domestico e aspro
contaminato, riposto in liturgia

le ferite alimentano la specie,
il cuore altro, il cielo quieto

la mano che è ferita è qui
in un altro tempo
la dimenticanza che sai flusso
alimento, pasto

*

rapace l’erba e santa
brace sui relitti
in seni di donna
cenere, scisma
di petali fioriti

*

due respiri di un unico fiato
di un respiro della vita
pelle a pelle
noi pelle
a pelle della vita

*

il gesto rimane per sempre


 



Paolo Fichera è nato nel 1972 e vive a Sesto San Giovanni (MI). Dal 2003 dirige, insieme a Mauro Daltin, la rivista "PaginaZero-Letterature di frontiera". E' stato incluso in diverse antologie collettive, tra cui "Il presente delle poesia italiana", a cura di Carlo Dentali e Stefano Salvi. Nel 2005 ha pubblicato presso la casa editrice LietoColle la raccolta poetica "Lo speziale", finalista nel 2005 nella sezione inediti del Premio Montano e segnalata nella sezione editi del Premio Montano nel 2006. Le sue poesie sono apparse su numerose riviste, tra cui: "Poesia" , "il Domenicale", "Atelier". E' presente nei principali siti di letteratura, tra cui: Nabanassar, FuoriCasa Poesia, LiberInversi, Agli incroci dei venti, l'Ulisse n.1 e n.4, El Ghibli. Alcune poesie sono state tradotte in inglese, francese, spagnolo e arabo.



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pagina aggiornata il 27 dicembre 2008