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Dicen las piedras

 


 

De la tierra viene la piedra por eso la piedra es un arma pura.
La tierra elige el puño que lanza la piedra por eso el puño
que lanza la piedra es un puño puro.

La tierra busca en la piedra y en el puño que tiene la piedra
su futuro de casa abierta y de luz de pan y de puño libre.

La tierra tiene razòn, ella es un caballo enfurecido
cuando vienen a morderle el horizonte.

La tierra y sus caballos van de palmo en palmo por la piedra
y por los puños y con el corazòn en ristre alzan muros
de piedras con alas para defender el alba.
La tierra sabe, tiene memoria, recuerda las cocinas
que alzaban la bandera del dìa desde las ventanas.

Sabe, recuerda los festines del verdugo que arrasando
cocinas desterrò las banderas que eran como una mùsica.

Sabe, recuerda a sus niños, uno a uno, nombre por nombre,
y a las mujeres y a los hombres que la florecìan
de olivos brillantes bajo el crepùsculo.

La tierra tiene memoria, y en cada parto de la piedra
la ofrece como una revelaciòn, le nace alas
le traza una luz en el costado para que lleve el Basta

Para que grite su Esto es Nuestro.

Aquì nacimos, aquì estamos muriendo dice cada piedra.
Y dice cada piedra:
tambièn de indolencia, a golpes de segundo mortal
y de silbido homicida estamos muriendo

en manos del fuego màs terrible morimos,
bajo la ocupaciòn bestial de la indiferencia
dicen las piedras.

Pero ya todos sabemos que las piedras no mueren.
Son como algunas palabras. No mueren.
Alzan con su vuelo muros de luz para decir vida.

Lanusei - enero de 2009

 



 
 ¿quién habrá de juntarte otra vez?
                                                                      Juan Gelman

 
 
 
Che aqui alla
                                        
He visto tu boca
Multiplicada en la caravana de los libres
en las mesas compartidas de las bibliotecas
y tus pies en el sendero de los surcos urgentes.
He visto tu brazo fertil tensar el futuro aqui, alla
Y tu brazo de agua alargarse a todos los hombres de la tierra.
Y tus ojos en la cerrada noche, en la noche
Violenta de las injusticias.
He visto en el centro del dia tu corazon al galope
Un palmo de tu piel
Componer la cicatriz del compañero.
He visto debajo de las camisas gastadas de abrazar luz
Tus pulmones cansados
Y en las orillas de todos los rumbos
Las flores silvestres de tu silbo.
Y en cada niño tu sonrisa desafiando la muerte
Y tus manos trepadas a la herramienta, al cielo
En llamas, al viento ingobernable, a las campanas.
He visto
En cada uno de nosotros
Un gesto tuyo que nos hermana
La ternura que nos templa.
 
Quien casa por casa llamara a componerte
En la hora infinita?
 
 


Delle creature marine

Delle creature marine
Il rumore senza fine, a volte bramito, ondulazioni
Che allungano la traccia perpendicolare della luna.

Com’ è la via lattea attraverso la pelle oceanica?
Orione è una cinta di madreperla alla deriva?

Delle creatura marine
Delle sue mani di segreta musica
Viene alla riva il dolce artigianato.

Piccole sculture di venere abissali,
torsi di governanti degli scogli,
brocche di vino corale, prue rotte,
cappelli di coltivatori di plactom,
intagliate asticelle di favolose carrozze nuziali.

Dove il minuto museo del viavai delle onde?
Le cartografie del letto occulto?

Le onde giganti che abbattono le coste
Sono marce ecologiste?

Delle creature marine il canto impregnato
Nelle conche della pietra.

Le città del sale che s’estendono nella sabbia
Gli echi delle fosforescenze
Tessendo la loro rete di luce azzurra.

Dove si costruiscono le corazze dei pesci guerrieri?
Che ramo di coralli le fidanzate delle profondità?
Chi forgia il metallo del pesce spada?

Delle creature marine
La rosa del coro dei venti,
destini terrestri nati dal ventre delle maree.

Le stelle del mare brillano come costellazioni?
Il crepuscolo è la polvere di fuoco
Che alzano i cavalli del mare nel loro galoppo?

Il pesce postino distribuisce bottiglie di isola in isola?
Chi fila argento e tesse reti
Che palpitano nella superficie?

Seppi che dei cannoni vinti
fanno tunnel dell’orrore
E con tutti i naufragi hanno alzato
La grande città della malinconia.

Da loro il battito
Che estrema il tempo in oltremare

In altoamore
Dove i tuoi occhi, oro infinito,
baciano i confini del mio silenzio.

ottobre 2007


 
Convoco i poeti con chitarra

compagni poeti
ai fratelli
in un giorno di torre con campana
in ora dolorosa di papaveri
in un minuto di terminante basta.
Dobbiamo dare battaglia.
per ogni bomba cento versi rigorosi
per ogni sparo una colomba.
Non possiamo essere indifferenti all’ ossario,
non si può
già non si può più
morire di spalle.
 
Chiamo i giornalisti con onore,
compagni giornalisti,
ai fratelli
all’urgente Assemblea Universale dell’Etica.
Dobbiamo recuperare la parola,
eserciatare la verità a tutto o niente,
rompere il muro di appalusi alla barbarie.
La feroce perversione del silenzio.
 
Per ogni asticella de osso bruciato
per ogni vomito di piombo sopra il libano
sei nomi di genocidii in prima pagina
attestando le immagini dell’inferno.
Che cada loro il disprezzo dei suoi figli
la condanna dei popoli, l’angoscia
brutale delle vittime morsicando la coscienza.
 
Oh fratelli
non potremo guardarci negli occhi
né parlare di poesia e di domani
né lanciare al volo sogni di un grande pane giallo
per tutti
non potremo cantare bandiere e domeniche
amore giustizia
verità…
non potremo.
non potremo pronunciare voci così semplici.
Non potremo.
 
Già si sa tutta quella gente che va per i saloni
con la parola libertà nel bavero.
 
Stanno rompendo il mondo, compagni.
Lo accoltellano giorno per giorno.
Questi sette fanatici di grandi tasche
stanno dividendo il mondo a pezzi.
 
E allora adesso e qui
noi
niente?

31 luglio 2006
 
 

Giustizia

Della morte s’imbandierano i boia.
I funebri bronzi che abbondano, gravi,
in piazze e musei e caserme.

(lì fanno giustizia le colombe)

per la morte ci sono oratori
brillanti, sbirri che si rovesciano
in seme nero col soltanto nominarla.

(lì fanno giustizia uditi sordi)

della morte si vantano i sicari
del serramanico, del zig zag dell’acciaio.
Loro si mettono medaglie tra loro
Si spalleggiano con rivendicazioni
Che danno schifo.

(lì fa giustizia la memoria)

io preferisco tentare mestieri con la vita,
colorare d’utopia la canzone imperfetta.
Mancare di rispetto alle sue Signorie
Con l’amore esplodendo loro in faccia.

(lì fa giustizia la poesia)


 

 



 
 
 
Domando: dove stanno i bambini?

Ho visto le stesse bombe che scheggiarono Bagdad
come un’antica magnifica ceramica
cadere col suo boato di rossa scia
sopra Beirut.
E’ verità che la paura si spessa
fino a fare corazza della pelle ardita?
 
Quanta morte, Andrés, amico mio,
significa Israele partita dalla rabbia?
Si può misurare la gravità della paura,
la profondità del sangue?
Come si dice Basta perché si capisca?
 
Quanti morti senza morte nei rifugi
dove anche impilano dimenticanze!
 
E’ verità che in Beirut le strade
conducono solo ad una grande tomba aperta?
 
Dove stanno i bambini?
Sono sopravvissute le ragazze che risplendono
dietro degl’ immensi occhi neri?
Va di cadavere in cadavere la poesia
che aprì le finestre del Libano
a paesaggi di impalcature e di passeri?
 
Dove stanno i bambini?
Dove!
Dove stanno i bambini!
 
Generali, mercanti di armi, trafficanti
di bandiere, seguaci dell’impero:
dove stanno i bambini!
 
Se è verità che le ferite
piangono gocce di risposte rotte, l’aria
è spada che distrugge la mano che la impugna.
 
Perché Joumana i boia
quando tutto chiedeva il canto?
 
Dove stanno i bambini!
Assieme alle ossa dei loro padri nei carceri
e i centri di tortura?
Sotto la pioggia di piombo- tempesta?
Nelle rive delle città assediate dall’odio?
 
Le stesse bombe che una volta e l’altra
si ripetono imbecilli, ciecamente imbecilli
sopra piazze, mercati, aule e cucine,
sopra i bambini del Libano  e Palestina,
sopra tutte le coscienze
anche cadono ora sopra la mia casa.
 


Argentina 1976
 
Ho visto gli  uomini arrampicarsi all’ombra
Tendendo gli arnesi ancora addormentati
E  marciare uniti nello sforzo bestiale
Fino a montare il sole sopra la terra.
 
Allora uscivano da ogni parte i bambini e le madri
E dopo i mercati riempivano i marciapiedi
Di fischi e mele.
 
L’allegria delle gesta domestiche
Coronate dalla dignità del pranzo!
 
Ho visto lunghe carovane di operai nell’alba
Marciare fino al metallo della sirena.
Agili biciclette con il cestino per il pranzo,
la radio pendendo dal manubrio.
 
Fino a che lo strepito di raffica
Di cannone maledetto
Di orrenda morte
Aprì un buco in ogni casa ed entrò la nebbia nera.
 
Tutto si ritorse come un pesce nella sabbia,
fino ad essere ingollato dalla paura.
 
Scomparve la fabbrica.
Anche l’uomo.
E i figli, e i mercati con fischio, e le radio
Che non furono se non uno specchio dell’inferno rotto a volte.
L’università di Lujan fu chiusa.
Incatenarono la luce nei sanguinosi tombini,
perseguitarono le gemme del canto assassinato.
 
L’abbraccio fu un codice segreto
La patria un dolore affogato sotto la tortura.
E il sole desiderio appena mormorato
Tra i nomi di quelli che più non erano.
 
 
24 de marzo 2006



Por treinta caminos

Ay patria ocupada!
En nombre de otros nombres
la dictadura de la muerte.
El poralgoserá se regalaba en las esquinas
y en algunos sótanos
vociferaban las radios “somos derechos y humanos”.
Quizá un viento de sustancia amarga
tóxico como la desmemoria
redujo las preguntas a carbonizado hueso
o fue la dignidad
canjeada por dos televisores.
No recuerdo
sino el fétido aliento del torturador riendo
que mordía con saña las raíces del día.
La tiniebla más atroz,
el peor de los espantos.
Las ciudades sucumbieron bajo l a peste blindada,
bajo el
notemetás
(polvillo espeso, impenetrable, que cubre todo
como sombra metálica)
donde la vida serpenteaba con sigilo de muerte.
Ay patria acuchillada por la espalda!
El pueblo sangrando en mitad del tiempo de la náusea.
Un heroico general coleccionó pezones,
otro
niños muertos.
Y en la hoguera
los libros y las lenguas repartían ceniza
como una advertencia inútil.
Ay patria desaparecida!
Dulce patria- paria masacrada
vendida, expoliada, rota,
desmembrada ay bella patria
mía como el agua que aún empuja
los trazos sangri entos rumbo al mar.
Mía como el sueño que se quiebra todavía
cuando la aurora parece tardar más de la cuenta.
Por treinta caminos un niño en su orfandad
persigue las palabras perdidas,
los gestos, las gestas, el rumbo de la savia
para encontrar la tierra.
Ay patria lamiendo sus heridas...
A los pescadores de Reta

Fue tarde entonces cuando estrené los brazos.
Cuando recibí barba y bandera
las orillas estiraban
su soliloquio entre los pájaros
y no había sino huecos espumosos
en el lugar donde se multiplicaron las barcazas.
Quién sabe dónde las redes,
en qué graves mareas se hundieron los oficios.
Llegaban cegando la luz horizontal
del crepúsculo
cargados de plata refulgente,
agotados y sonrientes bajo sus sombreros.
Victoriosos burladores de arcanos marinos
llegaban a la costa montando las rompientes,
blandiendo sus puños mordidos por las cuerdas.
Allí latían revelaciones de ultramar,
se narraba la gran ciudad del agua y el salitre,
comenzaba la contabilidad pieza por pieza
de mano en mano, centavo a centavo.
Se le cantaba al cardumen como al sol o al aire.
Llegué tarde al vértigo del oleaje,
al perfume exacto de la rosa de los vientos.
Allí, de pie, en otro siglo de huellas descalzas
tan sólo un roído barco hundido en la arena
y lejos la estela de los pesqueros invisibles
sobre cuya ruta aún trazan su círculo las gaviotas.
De vez en cuando un viejo pescador emerje
vestido de algas, de peces de relámpago,
y desata los nudos marineros de los vientos
mientras un niño, calladamente alegre
rompe el límite del agua con la risa.



 
Mujer
 
Esencia original del pan y la alegría.
Ramo de luz que viene por el hijo,
le otorga palabra y fundamento,
confiere verdadera estatura de hombre
y con un soplo apenas,
brisa de claridad, avenida
de invisibles mariposas,
extiende el sendero del amor en la tierra.
Multiplicadora de nombres y geranios,
sabores, fusiles y banderas
( que es mujer la Patria
Mujer la dignidad y la rosa.)
Establece primaveras con la boca
gobierna los ciclos y las cosas.
Núcleo celeste
corazón del tiempo
fortaleza de la ternura.
En sus mareas el sol y la luna
son peces de plata que convocan
los oficios del hombre y de los sueños.
Ay cántaro del día!
Puñado de agua, llama
en el silencio de las horas huecas.
Mitad que me desmuere.
Honda plenitud de la maravilla.
 
Il vento mi parla di te e adesso
 
chiama alla finestra con la sua luce nera.
Viene dal fondo del tempo
da una pietra rossa
piena di campane.
Ci trae nel suo galoppo le maree,
rumore di rive dove i nostri passi
s’affondarono come passeri nella sera.
Ti amo allora, adesso
E qui, nella casa
Sotto la notte che allunga
La sua pesante rete nella distanza,
salvati dal lamento dei vertici
della città assediata,
lontani dall’inverno che sfoglia
la sua dura scorza di ghiaccio.
Nel centro del tuo nome aperto
Come una goccia di luce che palpita
 




 

Intanto trascorre il secolo

e affondano queste ossa temerarie nella nebbia
vado nominando le cose con le poche parole che non possiedo.

E’ parte del lavoro la pazzia di qualche voce nel petto.
Libertà, per esempio, fraternità
Oh! Tante parole pugnipassero aprendo le finestre nel tempo.
Esercito la voce
il manoscritto
con vocazione di costruttore con desiderio con sete di annunciazione
Diciamo
con pelle di canto in un sentiero di chitarre.
vado nominando le cose con un pugno di otto lettere.


Estende la notte il suo rumore di te

intanto porto in nessun luogo i baci.
La città ha lasciato cadere il suo braccio stanco,
dorme in riva al fiume.
Una goccia di luce scende lentamente
e nella stella il tuo nome,
la chiarezza che arriva a stabilire il giorno.

 

Nel tuo corpo mio le parole
si offrono silenziose.
sommesse gocce di luce o nettare,
orgogliose, a volte, come tigri,
spade, limite di morso grave.

Brezza leggera che agita il fogliame
del caffè servito,
fuggitiva luna di vino nel cristallo,
la tua voce viene da una rosa nella cima
di un minimo luccichio sospeso.

Viene la tua voce per seminare la terra,
alzare il bosco, la casa, le bandiere.
Come grano poderoso cresce la poesia,
espande sostanze, moltiplica
le campane dell’uomo.
E quindi la vita con le sue mani
le bocche, mille febbrili domande
le ceste
ritorna al territorio del tuo gelsomino infinito
a raccogliere il nome di tutte le cose.

 


Adesso lasciami i baci sulla tavola
 
A mano
debbo parlarti della terra,
del pane che scolora
come una divisa dimenticata,
devo spiegarti certe cose
che sono accadute
mentre il rumore della neve
verteva sopra la città il suo oblìo bianco.
Qui entra il mondo.
Se zittisci
la pietra succederà al silenzio
e sarà la luna una rosa marcita.
 
Lasciami la tua voce nella tavola
devo spiegarti certe cose.
 
Qui entra il cielo
se mi guardi.
Tutti i suoi passeri
nell’alato abbecedario
e tutti i suoi piumaggi
di cari sostantivi
e ogni lingua nella sua nave
verranno per noi
come un canto incredibile.
 
La notte spenderà l’ombra
intanto tu ed io ci facciamo infiniti.
così sarà.
succederà come è scritto:
secolo tra secolo.
 
Adesso lasciami la tua bocca
In questo limite dell’anima che ti sfiora,
devo spiegarti certe cose
che sono rimaste sotto la luce ferita del giorno fuggitivo.
Fuori
un uomo solo, amore mio,
lontano
ritorna della sua speranza
senza scarpe
intanto un coro d’ipocriti
agita il parlamento
in nome della democrazia.
 
Succedono gli uomini, amore,
e i fucili,
la bugia verte il suo veleno,
il grido nasce condannato.
Fuori c’è il mondo che non desideriamo.
 
Debbo spiegarti certe cose
adesso che i bambini dormono
e fuori la città crepita
Il suo sogno bianco.
 
C’è un vento nero e duro in qualche luogo
e negl’interstizi della pioggia
la rotta storia dei popoli che pioverà un giorno.
Lasciami spiegare questa burrasca
che sarà torrente pieno di campane,
forza inesorabile e definitiva.
 
Lasciami spiegare certe cose
adesso che non capisco,
che zittisco, amore
mentre vado dai tuoi baci,
mentre la casa sbatte il tuo nome e mi reclama.
Mentre la tua bocca nella mia
e l’uomo che sono
per la sua libertà rombo ai tuoi occhi.
 



Gabriel Impaglione (Morón, Bs As, 1958), Giornalista e scrittore argentino. Ha pubblicato: Echarle pájaros al mundo (Panorama, Bs As, 1994); Breviario de cartografía mágica (El Taller del Poeta, Galicia, 2002); Poemas Quietos (ant. Editorial Mizares, Barcelona, 2002) Bagdad y otros Poemas (El Taller del Poeta, Galicia, 2003); Letrario de Utópolis (Linajes, Messico, 2004); Prensa Callejera (La Luna Que, Bs As, 2004); Canto a un Prisionero (Editorial Poetas Antimperialistas, Ottawa, 2005); alala -edizione in lingua spagnola- (El Taller del Poeta, Galicia, 2005). Fondatore e Direttore della rivista di poesia & Letteratura Isla Negra, poesia@argentina.com



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pagina aggiornata il 10 gennaio 2009