Franco Costabile (Sambiase 1924 - Roma 1965)
 
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Poesie da LA ROSA NEL BICCHIERE
Qualecultura 1994



TERRA REALE
 
Ulivi,
ducati
d'argento.
Ulivi,
costati
di donne.
Sempre
c'è ulivi,
terra reale. 
 
 
 
MIO SUD
 
Mio sud,
mezzogiorno
potente di cicale,
sembra una leggenda
che vi siano
torrenti a primavera.
Mio sud,
inverno mio caldo
come latte di capre,
già si dorme
fratello e sorella
senza più gusto.
Mio sud,
pianura mia,
mia carretta lenta.
Anime di emigranti
vengono la notte a piangere
sotto gli ulivi,
e domani alle nove
il sole già brucia,
i passeri
a mezz'ora di cammino
non hanno più niente da cantate.
Mio sud,
mio brigante sanguigno,
portami notizie della collina.
Siedi, bevi un altro bicchiere
e raccontami del vento di quest'anno.
Mio treno di notte
lento nella pianura
Battipaglia... Salerno...
mio paesano, stanco sulla valigia,
cane vagabondo.
Mio questurino
davanti a un'ambasciata,
potevi startene adesso in collina
a dare sotto le foglie il verderame,
sentire l'aria la terra,
le ragazze dell'altro versante
darti una voce.
Potevi essere
anche un perito agrario
se a casa potevano,
intenderti di migliorìe, d'allevamenti,
e pensare un trapianto a primavera.
O forse eri solo un manovale,
lavoravi a giornate, forse non lavoravi.
Adesso un silenzio, il giorno:
da qui a lì, e niente succede.
LA SILA
 
Il lago
gli abeti
dici bene
la Svizzera.
Mettici
i fiorellini
e in lontananza
le pastorelle,
le mucche calme lavate
nel sole che tramonta,
d'oro naturalmente,
dietro i pini, perfetto.
Mangi
di buon appetito,
dormi a sazietà.
Se poi,
quella gente ci vive d'inverno
col pane di segala
e i lupi,
a te, che importa.
Te ne stai
nel calduccio, in città,
raccontando agli amici
il verde odoroso dei pini.
 
 

ACQUA DI MENTA
 
Carmela,
pelle scura,
porta frasche
da nord a sud
della sua solitudine,
ma stamane
sulla porta di casa
si bacia il bambino
guarito con acqua di menta.
 
 
 




LA ROSA NEL BICCHIERE
 
Un pastore
un organetto
il tuo cammino.
Calabria,
polvere e more.
Uova
di mattinata
il tuo canestro.
Calabria,
galline
sotto il letto.
Scialli neri
il tuo mattino
di emigranti.
Calabria,
pane e cipolla.
Lettera
dell'America
il tuo postino.
Calabria,
dollari nel bustino.
Luce
d'accetta
l'alba
dei tuoi boschi.
Calabria,
abbazia di abeti.
Una rissa
la tua fiera
Calabria,
d'uva rossa
e di coltelli.
Vendetta
il tuo onore.
Calabria
in penombra,
canne di fucili.
Vino
e quaglie,
la festa
ai tuoi padroni.
Calabria,
allegria
di borboni.
Carrette
alla marina
la tua estate.
Calabria,
capre sulla spiaggia.
Alluvioni
carabinieri,
i tuoi autunni.
Calabria,
bastione
di pazienza.
Un lamento
di lupi,
i tuoi inverni.
Calabria,
famigliola
al braciere.
Francesco di Paola
il tuo sole.
Calabria,
casa sempre aperta.
Un arancio
il tuo cuore,
succo d'aurora.
Calabria,
rosa nel bicchiere.
 
 

CALABRIA INFAME
 
Un giorno
anche tu lascerai
queste case,
dirai addio,
Calabria infame.
Solo
ma leale
servizievole,
ti cercherai
un'amicizia,
vorrai sentirti
un po' civile,
uguale a ogni altro uomo;
ma quante volte
sentirai risuonarti
bassitalia,
quante volte
vorrai tu restare solo
e ripeterti
meglio la vita
ad allevare porci. 
 
 

UN PEZZO DI SPECCHIO
 
Ha casa campagna
e lenzuola di telaio
ma nessuno la guarda
la domenica in chiesa
e aspetta alla finestra
un poco per giorno
chiedendosi forse
a che serve nel vicolo
guardarsi a un pezzo di specchio.
 
 

SENZ'ARIA DI CONGRESSI
 
Tornano dai campi
gli uomini in bicicletta,
passano per la piazza
e una carretta carica
sobbalza lontano.
Ma sotto i tetti
fra parole buone
continua dentro il cuore
l'aratura sospesa nella sera:
l'umile Italia vive
per questi solchi
senz'aria di congressi. 
GIORNI RIPOSATI
 
Monti,
orizzonti,
golfi
di sapienza.
 
Un passero
cinguetta in calabrese.
 
Boschi dorati, la nonna è all'arcolaio.
Giorni riposati,
il grano è nel solaio. 
 
 

ULTIMA UVA
 
Che volete,
che volete ancora
da questa terra.
Vi paga
il canto del gallo
bimestre per bimestre,
paga il sale
come se fosse argento,
paga l'erba l'origano,
vi paga anche la luna nuova.
Che volete di più,
ditelo e lo farà,
ma lasciatela,
lasciatela in pace.
E' così stanca
di sentirsi ripetere
il pane l'albero
il barile dell'abbondanza,
e di aspettare,
di aspettare, aspettare...
Prendetevi
l'ultima uva
ma non tormentatela
col patto degli acquedotti.
Prendetevi
anche la madia
il setaccio
ma rispettatela almeno
nell'estrema unzione
dei suoi uliveti.
Ha veduto i suoi figli
morire di dissenteria,
partire da emigranti,
andare ammanettati.
Ha veduto contare
dal regio scrivano
tutte le sue pecore
una per una.
Ha veduto posare
casse di munizioni
nei campi di granturco
e bruciare le masserie le case.
Adesso
lasciatela,
lasciatela sola
al confine delle sue foglie.
Quanti anni di sole
ci sono voluti per capire
tanta oscurità,
tanto disordine di frane
e di vicoli,
e poi l'ordine, l'ordine dei carabinieri.
Lasciatela.
Un'amicizia
in tanti anni,
un affetto sincero
non l'ha mai avuto.
Mai nessuno
che un giorno al balcon
e le abbia parlato
di un vestito
di un bei paio di scarpe,
le abbia spiegato
in confidenza
come si prepara una tavola,
qui il coltello,
qua il cucchiaio,
la forchetta.
Lasciatela.
Con una brocca
o un bicchiere di cristallo
berrà sempre
al pozzo del suo dolore.
Anche voi
così lontani
ma del suo stesso sangue
della sua stessa razza accanita,
smettetela con le nostalgie,
non mortificatela
con quel dollaro spaccone
in una busta,
con quel pacco di vestiti usati.
Le basta lo scialle nero
che vi coprì bambini.
Che volete,
voi, voi tutti,
che volete di più.
Ditelo, vi ha sempre detto di sì,
non sapeva firmare
e vi ha messo i segni di croce
che tutti volevate.
Prendetevi
allegria e gioventù
e seppellitele in una miniera.
E' carne, vita sua
ma forte,
cresciuta con latte e disgrazie.
Prendetevi anche il cielo
questo azzurro così antico così raro
portatevelo via.
Lasciatela
al cantuccio
della sua lucerna, sola,
col ricordo
del nipote minatore.
Non venite a bussare
con cinque anni
di pesante menzogna.

 
 



SCIACQUA LE GIARE
 
Fra torsoli
rigagnoli neri
gioca un bambino
col cucchiaio,
e la donna
sciacqua le giare
del nuovo assessore.
Nel sole,
lento si scolla
un manifesto elettorale 
 
 

CICALE
 
Nelle ceste dell'asino
un anno di campagna passa.
Trenta cicale restano incantate
e la sera guarda dai tetti.



 
SUD
 
Sud,
tavola nera,
pane di granturco.
Vino
fedele al suo sangue,
buon amico.
 
Sud,
coltello
sotto i ponti,
spilla d'oro
al santuario di Pompei.
Sud,
imposta
sul sale,
guardie di finanza
lungo la spiaggia.
 
E' il sole,
sacramento dei pezzenti.
Il resto è parlamento,
giorno malinconico
al consiglio dei ministri. 
 
 

LA LORO OMBRA
 
Splende
la piazza
già tranquilla
di cielo
e di botteghe,
ma quei ragazzi
andati al Venezuela
hanno scritto la loro ombra
lungo i muri.
 
 
 
BRACCIANTE
 
Il bracciante la sera
si guarda nella bettola
il manifesto del piroscafo
e degli uccelli bianchi.
Lui e il suo cuore
non vanno d'accordo.
ROSA
 
Un gallo
ha cantato
e Rosa
col bambino
che dorme
nella cesta,
già aspetta sul ponte
per andare
a raccogliere olive.
Anche Rosa
è stata ragazza
da farsi guardare,
la voleva il barbiere
che suonava la chitarra
sotto casa,
ma il padrone un giorno
se la portò dietro una siepe.
Ora Rosa si aggiusta lo scialle
e pensa
che anche questa
è una vita,
allevarsi un bambino
e star zitte. 
 
 
 
SONNO DI GAROFANI
 
L'acqua
del paese
ancora scorre
senza tubature,
né s'alzano antenne
architetture
di pulegge e gru
perché gli uccelli
possano sbagliare.
C'è pace
vita chiara
di donne di bambini
di carri tirati dai buoi
e a sera, quando ai balconi
c'è sonno di garofani,
due stelle bizantine
s'affittano una stanza
nel cielo della piazza.
 
 
 
IL GALLO CANTA
 
Al Muragliene
il gallo canta
e il bracciante
è già nella vigna
che si sputa le mani
e incomincia a zappare.



QUATTRO PALLATE

Morì
proprio qui,
salute a noi.
Lo presero alla schiena,
quattro pallate.
Brutto paese, caro mio.
Amaro chi ci capita.




LA PIAZZA

Un bar le mosche
lo stemma della Repubblica
"Sale e Tabacchi" e due botteghe
dove il pane si vende a credenza.
Triste sarebbe, se la rondine un giorno
non svoltasse di qui.



 
Francesco Antonio Costabile nasce a Sambiase il 27 agosto 1924 da Michelangelo e Concetta Immacolata Gambardella. La madre proviene da una famiglia borghese. Il padre, già studente di Lingue in Francia, dopo il matrimonio sceglie di insegnare in Tunisia. Non si sente realizzato nel piccolo paese di Sambiase e neppure il matrimonio con la fin troppo docile Concetta riesce a trattenerlo dall'andar via. Il piccolo Franco e la madre tentano più volte di convincerlo a tornare a casa, perfino recandosi in Tunisia, loro che non si erano mai allontanati dal proprio paese. Ma i tentativi sono vani. E', per Franco Costabile, la prima sconfitta. Giovinetto, frequenta con profitto gli studi superiori nel Liceo F. Fiorentino di Nicastro e poi si trasferisce a Roma, tornando però periodicamente al paese, per incontrare i suoi vecchi insegnanti e ritrovare le sue radici. A Roma frequenta il corso di Letteratura Contemporanea tenuto da Giuseppe Ungaretti, studiando insieme a Raffaello Brignetti ed Elio Filippo Accrocca. Ungaretti, tornato da poco dal Brasile dove ha perso un figlio, cerca col contatto con i giovani di recuperare quella perdita. Per Costabile diventa l'immagine di quel padre che non ha mai avuto. Insegna in un Liceo e pubblica il suo primo volume di versi: "Via degli ulivi". Tramite Brignetti, divenuto giornalista, ne fa avere una copia al padre mai dimenticato. In seguito a ciò comincia tra i due una corrispondenza epistolare. Sposa Mariuccia ed ha due figlie. Sono anni sereni, anche per il ritrovato rapporto col padre. Insegna Italiano e Storia negli Istituti Tecnici e pubblica sulle più quotate riviste letterarie le poesie che completeranno il volume che gli darà un certo successo: "La rosa nel bicchiere". Ma la serenità dura poco. Si interrompe infatti il rapporto col padre e si riaprono le antiche ferite.Compone allora il "Canto dei nuovi emigranti" che segna l'estremo saluto alla vita ed alla sua terra. La moglie si trasferisce a Milano portando con sé le bambine e la madre si spegne per un male incurabile.
Costabile comincia a vivere in una opprimente solitudine. Sceglie di morire il 14 aprile 1965.


E' sepolto nel cimitero di Sambiase.
Sulla sua lapide un epitaffio a lui dedicato da Giuseppe Ungaretti:

"Con questo cuore troppo cantastorie"
dicevi ponendo una rosa nel bicchiere
e la rosa s'è spenta a poco a poco
come il tuo cuore, si è spenta per cantare
una storia tragica per sempre




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pagina aggiornata il 23 dicembre 2008