Raffaele Ibba
 
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I fiori screanzati

In queste arie di un´estate che tarda,
invernata dai geli delle nostre anamnesi,
si sentono fischi di fiori screanzati
fremere ai silenzi delle parole umane
gettate a cibo di raffiche violente.
 
Il senso della memoria è indifferenza
nelle dicerie degli istrioni
fatte a male recitare le parti del male
nato dal borbogliare dei fichi seccati
dall´anatema di un umano da fame.
 
Ma ancora non sei andato via,
ora che i tuoi calcoli astuti hanno
mostrato il loro limite davanti
alla pigrizia del caos di Dio,
che non paga mai di sabato
perché ha tutto il tempo che vuole
in attesa che le tue corde ti leghino
al tuo maturare i frutti del tuo agire.
 
Ancora non hai smesso la recita
storta su tavolati di corpi rotti
dietro scenari illusori imbrogliati
da colori acrilici più veri del vero.
 
Eppure c´è un´aria che arriva
anche tra queste folate di gelo,
un´aria nata da periferie di baracche
appese agli spessori della fame
ed ai muri delle lente morti
per presenti sindromi 
da nuova immudeficenza acquista
e da vecchia violenza imposta,
in sterminio fedele a poteri di poteri
per soluzione finale di genti africane
e di popoli tibetani, antichi
e inutili ai tuoi profitti di mezzano di corpi.
 
C´è un´aria d´estate che giunge
contro il primo esito del tuo fallire
 
un´aria d´estate a sale di vita
nella scrematura di fiori screanzati
dal loro pazzo amore del sole.

 
 
e c’è dell’altro al mio cielo
quasi un sorriso, come di terre e sabbie
feconde in appena un’ansia di risate:
 
un gesto fanciulla, a rondini sul mio petto,
quella carezza uomo, a galoppo nel mio cuore,
il tuo salvarmi la vita
il mio lasciarmi andare
il tuo abbandonarti al mio sapore
il fonderci in fonti di fiumi di cuore
e l’incanto di corpi
il mischiarci nei sorrisi:
meridiano di vite vive ad ogni ora del mio giorno
perché con te sempre è attesa
di quel che vive sempre
e resta appeso come ai rami dei limoni
incolti inselvatichiti piccoli
agri all’apparenza
ed in frutto ostinatamente
nel sapore della vita
acre necessariamente
anche in me con te dentro di me,
mio signore e piccolissimo re, magnifico,
immenso sparviero e aquila, cielo
in cui m’annego
a sorrisi a risa a carezze d’amante
e non so più e m’assento
e mi confondo e mi piego
e mi ritrovo in te, solo amato,
amore amante.
 
settembre 2007

 
 
 
Un'altra domenica delle Palme

 
C'è un'aria di altra calma, oggi, al mio sole
appena nutrita da un lieve fiorire di brezze.
 
Salgono al cielo i quieti prodigi dei passeracei,
l'orlo degli stagni si popola di fenicotteri
in rovistare di cibi, mentre le frotte dei pesci
s'accatastano a scogli prominenti sul mare.
 
Il senso del tempo, oggi, trascorre ampio
nelle mezz'ore perdute a farsi vivere
dal fluire nelle vene del sangue di Dio,
vigilia di un'altra domenica delle Palme.
 
Passerà anche quest'oggi, ed il suo incanto
sfumerà nei vociare di questi tempi
segni di trionfante teppa antivita:
dentro i vibranti questionare menzogne
dei Don Coglione al turno di rapina
contro il libero muoversi della vita feroce.
 
Resterà la fattura di un nastro di parole,
misero guadagno di un istante, lenta
nell'insigne crescere del progresso di giorni
spossati da questa tanta abbondanza, misera
di ogni e qualsiasi assenza
al presagio del Cristo di Passione.
 
aprile 2006


 

Se per un “grazie alla vita”
incontri uno sguardo straniero
che poi ti riempi,
come dire: “vivere”, così, per dire;

se per una sorte d’amore,
che ti senti vuoto di colpo
in sentimenti di perdite
ai percorsi delle porte
così,
così strette;

ed è se per dire: ti amo;
e poi vuotare i tuoi deserti
nelle verdi valli dei suoi “ridi!”.

È il non perdersi,
il non sentire gli scuri
o gioghi pesanti del nulla,
tu che ti sei sua zolla di mondo
e piccola luna di mare,
cui leghi ogni tuo morire,

che più non è tuo
ora che tu sei,
quel grazie alla vita
quel ringraziare
quel ciascun gesto d’amore,
ed aperto dentro tutti i pochi tuoi;

quello che è una nuvola rosa
all’apparire di un tramonto
rosso ad un cielo sempre chiaro
di tutti i sorrisi di donna,

i tuoi.

dicembre 2006

 

Ultima domenica di purgatorio

Saranno ctonie d’accattonaggio
da un modo imprevisto del passato:
i peggio previsti nel fondo
e gli eletti a ondeggiare su acque fetide
com’è di continuo.
 
Sarà come senza scegliere
tutti presi all’improvviso
dallo stesso furore
giocato a nascondarello
avendo in palio la vita
frequente dispersa, amata dissennata.

Saranno giorni di fieli sconciati nelle vene
al sole che si alza le sottane
per andar via e non vedere,
giorni dell’altalena acidula,
alta a danzare nell’aria
follie di cetrioli nel naso
e mascara di bellezza sugli occhi
sapendo quant’è lontana la luna
dai nostri orizzonti di poetare
fili di virtù fatti di vetro
abili a rompersi nel giorno del pietà.

Sarà l’ultima domenica di purgatorio
nel cantone promesso e venuto
finalmente tra i fiati dei tromboni
rincalzati col redditare saldi di ricchezze
e rammendare il farci senso con la pace
di infilare refi di veleni
proprio qui nelle giunture sottili
che coniugano sorrisi alle piaghe del culo.

Sarà il primo festival dei torti
in corteo dietro le vincite dell’ultimo avanzo,
festeggianti tramonti dell’umano,
poi fiabato ai bimbi nel penare
di altre stagioni in scoria, viete
di profitti multinazionali fasulli.

E ci chiameranno coi nomi degli eroi
solenni non dimenticati mai bestemmiati,
silvio squalo george serpe tony demonio vladimir assassino,
creatori di quella terra felice di luce
artificiale a gas nervino,
luminanti notti di lune fiamme
prosperate a pena
tra motori a caparra di ben pagati
futuri alitare artificiali
ben divisi.

marzo 2006





 
 
A Pier Paolo Pasolini
 
Forse dal basso dei tuoi corpi
saturi di nuche gentili e sepolti desideri ragazzi che tu,
vecchio e colto usignolo di santa madre chiesa
rinnegato al dio che t'ha amato
dell'amore per il figlio prodigo quello che s'allontana
a cerca di altre nebbie meno dure e amare della sua caligine d'amore,
 
forse dal basso delle tele estive usate a coprire,
ma solo appena,
sessi maschili magari non così desiderati come pensavi
e sapevi nelle tue gentili vaghezze impallidite in poesie,
queste bene intinte nei secchi di legno
delle antiche parole popolari fiumane di senso
da te dilette e rimpiante con dolore di figlio,
 
forse per poco ancora ascoltate qui da noi,
che ora t'abbiamo ben bene sepolto nella stessa auto con i tuoi assassini
e ignorato i tuoi angoli ancora insepolti e putridi tuttora
di quell'odio per la verità che ha accompagnato il tuo vivere poeta
e che ancora sale viva delle attive voci di qualche dio straniero
tra le rose di carne ed i desideri d'amori indicibili
normali a capitare amore
 
forse ora
qualcuno leggerà il tuo stare male, leggero
tra i pesanti foderare le nudità dei nostri odi
e il tuo vedere le rose scoprire le croci dei nostri corpi,
queste croci oscene
dei chiodi piantati a dozzine
sopra mani fragili di donna bambino ragazza uomo
uccisi nell'anima
e violati nei corpi
nei corpi ancora ricchi, talvolta,
di lievi nuche d'amore e gioia
difficilmente distinguibili
in base al genere ed alle proprietà che non ci appartengono
a noi
i deserti di colline di scarpe e di corpi interi
insepolti
come te
nelle cave di sale delle nostre falsità.
 
 
La tua desolazione
Lettera ad un potente non nominato
 
La desolazione:
non è difficile pensarla:
sola come un vortice di secco,
triste come un turpe amaro,
brutta come un corpo offeso,
oscena come una ricchezza
gemmata contro vite di fame;
non è difficile concepirla:
chiusa come un buco nero,
antalgica come ammazzare i semplici,
utile come costruire profitti,
finale come una morte buia,
turpe come lo scandalo sui bambini.

La tua desolazione
è la tua vita che non ti lascia
nel lusso delle tue ville
nello splendore dei tuoi mausolei
nel vituperio delle tue offese
nell’ignavia del tuo fare il male
la tua desolazione che non ci appartiene
ed è tua soltanto nel tuo lusso
indebito di potere altrui
che non t’appartiene
che è vanità di morte.

La tua desolazione che ci è vicina
oggi, nel tramonto unto
dai colori di sangue
che ci sta accanto
nella tua disperazione dei potenti
e nella tua angoscia dei ricchi
per quella cruna in quell’ago
per quella pietà che non condona
il tuo normale orrore di vivere,
ma lo condanna al perdono
a quel perdono eterno
pregato in baracche d’inedia
cresciuto in serenità di fame,
quel perdono umano di dio,
che tu non puoi accettare.
 
24 gennaio 2006





dio

con piccole lettere minuscole appena sottolineate
da qualche ombra d'umano
 
con le vampe sottili del tempo
scorrevole lento come un etere ben accogliente
i laboriosi spazi di tanti sterminati esserci
 
con le delicate mani del dono
che arrendono solo il sorriso di chi ha avuto
l'inatteso indispensabile, che mancava
 
con le ampie inquietudini della coscienza
irrequieta a chiedersi ragioni del nulla e dell'eterno
impalati sanguinanti
nelle visceri molli di qualche principe di questo mondo
 
con le umili musiche della poesia
sottolineate da qualche rapido battito d'ali
degli storni, superbi orchestrali della bellezza
 
con le povere miniere della riflessione
faticate a scavare giacimenti di verità
tra le sabbie insidiose del male umano
 
con le inarrestabili inermi dell'amore
insane, passionali, viscerali, incompetenti, inabili
a ogni cosa fuorché l´amare
 
con le rigide pance della solitudine
affrancata da libertà uguaglianza fraternità tolleranza
perchè lieve di se stessa e pesante della mano di dio
 
quella mano leggerissima, impossibile da sorprendere
se non in quell'attimo straniero
in quell'improvviso caldo inferiore,
soffio incomprensibile
se non ai bambini e ai poveri,
a chi ride, felice di un niente.
America Latina ... Africa ...
 

La tua terra di popolo
crosta di terra insanguinata, martoriata, uccisa
popolata di umani fatti schiavi di uomini,
e di schiavi di satana finti umani.
Quella tua terra di popoli,
ampia buccia di anime perdute alla vita
per rapina, droga, furto, saccheggio, malversazione
la tua scorza di terra antica
popolata di tuoi figli
non innocenti, non puri, non liberi del tuo amore -
ma hanno avuto la tua buona novella
Verbo del sacrificio di tuo figlio
solo dai testi insanguinati delle loro croci
seminate a milioni
sulle strade sconnesse di quella tua terra
pelle di cuoio d´amore
disperato e normale
ucciso come tuo figlio
dai finti seguaci di tuo figlio.
 
Non c´è perdono umano per
l´America Latina - l´Africa;
non c´è perdono umano per le violenze
private e pubbliche, individuali e statali,
al vantaggio personale di pochi potenti
su terre seminate di sangue
nei solchi buoni, nelle rocce, nelle pietre, nell´arido,
terre seminate di croci
per non perdere l´addestramento di Cesare
all´omicidio di massa,
ché più ne muoiono dei vivi
più è pronta, di chi resta vivo,
è pronta l´obbedienza, rassegnata e morta.
 
Manca il perdono umano.
Ma prego le tue mani -
mani impossibili,
alte di un amore incomprensibile
a questo umano,
che dà a Cesare, a Cesare solo,
sopratutto quello che è soltanto tuo -
- la vita dei bambini -
prego le tue mani -
che mai le vedrò
alte nel segno del comando divino
(quella carezza
su quel viso di bambina) -
l´unico segno della tua potenza
infinita e terribile,
l´unico che ci ha lasciato -
prego le tue mani,
Dio mio,
al miracolo d´amore
per ...
 
29 gennaio 2006
 



dicembre 2005


Natale precario 1

In questo sacro malfatto di rosa e cielo
in questo losco impasto di venti settentrione
in tanto abbandonarsi ad incerte bellezze
al mezzo di sollazzi dementi capitali droghe

sono nutrite scherane schiere dentro vicoli
sfatti tra baracche di gesti antichi riveduti
sopra qualche selciato quasiurbano polvere
e miseria nutrita a lussi se lei è bella,
ma lei è bella.
 
Intingoli di progresso e di non altrovi raggrinziti
in piccole falangi organizzate ad opliti minori
e microbe legioni di soldati bambini

a maggior vantaggio sociale per il mio computer
e la occupazione precaria in carica ben nutrita
con ogni contro alle rivolte di teli di vetro
sogni di pane.
Natale precario 2

Perchè decide l'alto dire del progresso laico:
sviluppo di capitali occulti - legali/illegali -
a migliori capacità di gestire tutto e patire
ogni umano ed inumano dentro il mondo.

Ma è alto il sole stamani sopra le mie terre
mietiture delle lampare delle danze di Dio
e brilla di luce sorridente sopra le brute polveri
ben celate tra le molte miserie d'Occidente.
 
Sorregge il cielo un altro tenero sorriso, lieve
a questo giorno pieno di rasserenante caldo
e saturo di un vento gracile come allodole

che tinge nel sole un qualche gesto d'essere
che è di una giovane donna sedotta il sorriso
del suo abbassarsi alla Tua brama d'amante

preannuncio d'altre albe?
che verranno?




Una notte più buia quella tua notte,
Pierpaolo, intasata
da mani lame di cuori molati
da odio sterminatore
dei tuoi ricami di parole gesti
liberi, e infranti da lordure cupe
contro il tuo iridescente grido.
 
E furono voci
inanimati berci di sibili
opachi alla vita, alla tua
fine fantasia d'amore
mansueta volontà incessante
ogni speranza d'amore
nel tuo dolore d'amare:
che tu disperavi accarezzando
i più lievi lavori a tombolo
di questo nostro affaticato esistere:
 
i varchi che tu sapevi, Pierpaolo,
ai guadi altri ed ai pascoli di vita
che imparavi tra le fecce d?esistere
di individui-multitudini
deserte scorie
di queste disanimate città nostre
e morte sul vivo lavoro di tutti.
 
Quella tua notte più scura,
quella tua notte a catena di orrore,
quella tua notte a croce di Cristo:
questa tua eterna voce di rosa poesia,
corpo natura d'amore.
 
 
 

Stasera il tuo cappotto è sporco
e la neve che sentivi sulle tue ossa
sempre, nella glaciata estate inglese,
quella mattina è caduta per te
in forma di palle di piombo.
Così non puoi più dire
come l'isola inglese
l'afferri più fredda del tuo Brasile
di accogliente solarità
per poveri contadini poveri
neri della loro stessa terra
a loro spogliata
da tristi turisti prigioni
neri delle fecondità sottratte
a quella tua bella terra di sole.
Stasera sei una cosa
e a qualcuno dispiacerà,
magari al poliziotto che t'ha morto
atterrito dalle ingiunzioni arbitrarie
che gli sono stati imposte.
 
Ma siamo in guerra
dicono i sicofanti e i furiosi sofisti inferiori
ben pagati puntelli d'ogni tesi e del suo opposto.
Siamo in guerra
e quel tuo cappotto
e quella tua faccia così non anglia
così diversa
così pachistana
così orientale
così araba mussulmana marocchina
quella tua faccia ignota brasiliana,
da schiavo negro,
non la dovevi portare in Inghilterra
dentro quel tuo cappotto,
inatteso ospite così semplice
del caldo rimpianto della tua terra di sole.





Le orme del mondo si accavallano
talvolta
con gesti di carne e sensi di acque d'occhi
lunghi nelle rughe distese
di campi appena coltivati
sotto le pose di caldo seccate
dai soli primitivi che ci hanno scaldato nei nostri altrove.
 
E stasera sei tu che mi tieni
a questo diverso mondo unito,
contro i divaricati rumori di ferro infiammati
dalle vampe incendiarie di fuochi di fame
che accosti ci assediano di morti.
 
Stasera sei tu che mi ami
con il piccolo gesto di canto
fragile
accoglienza di suoni piccoli
come una gentile armata di bimbi e oche
schiamazzanti nel vespro
 
in questo nostro vespro che tarda
a queste grigie nuvole del cielo.

Domande
 
Che cosa guardi nella notte?
Tutti i silenzi del buio.
Cosa osservi nel muto tacere di stelle?
Solo le menzogne segrete del buio.
A cosa attendi, tu immerso
in questa placida notte che t'accoglie?
A un ridere di lupe,
a un gesto di passeracei,
ad un qualche chiasso di babbuini,
ed ascolto le lucide zanne dei fiori notturni
aprirsi insonni ad una luce che viene.
Ma cosa sogni? Che sogni, tu che indugi
inondato di notti?
Un segnale, anche lieve, di conforto al tuo ventre?
Non viene dal freddo il mio sogno,
non è incorniciato da tv notte-giorni
scintillanti di luci più fiammeggianti del vero,
non ha parto tra queste lustre desolazioni
avamposte di lunate legioni demoni,
non germoglia il mio sogno
dentro i sotterranei andirivieni preziosi
ad ogni bagattella per qualsiasi massacro.
E che sarà mai? Cosa mai sarà quel tuo sogno?
Qual è il sogno cresciuto in quei tuoi seni,
sorveglianti vedette del nulla?
È il sogno degli occhi aperti.
È il sogno allargato alla notte.
È il sogno esposto agli inganni.
È il sogno di ancora una voce, di là da venire.
È il muto sogno dei cuori sacrificati
di innocenti uccisi a forza d'ingiuste scordanze.
È cieco per te, questo sogno, è semplice
troppo, per te, troppo
esile nel frantumarsi
in tanti assordanti silenzi.
 
12 dicembre 2005

 
 
Al domatore di cavalli Ettore
 
e tu Ettore
gran domatore di cavalli,
l'umiliato
arreso ucciso, disarmato
e tre volte seminato sulla tua terra
tre volte
attorno agli angosciati sguardi dei figli
che fosti scelto a tutelare
tu Ettore apprendi
infine in questo tuo aldilà dei nostri presenti
tutto il disonore dei canti
 
che s'alzi dei cantastorie il martirio
di cieche adunate di ricordi
a noi duplicati trionfatori
di genetiche vincenti
che si canti la misera sorte agli sconfitti
trucidati e dilapidati
e poi pure narrati
a sollievo di desolati cuori
 
e così tu Ettore sai
il basso conio dell'onore dei vincenti
sanguinari e pazzi e sapienti e furbi
li sai
nei loro furori
e nelle false generosità
sai cosa abbiamo tenuto
e perduto
nel corto itinerario
da Achille il pazzo a Bush il piccolo
finalmente sai
ora forse soltanto
quell'ora nel sole
nelle rive di un fiume
nello scamandro o tigri o reno
con quella donna accanto
a parlar d'amore
a baciarla
lontano
dal pazzo di turno
 
distante
dal disonore di canti
agli sconfitti
 
 

Intendi carne,
carne che cresce carne
strenua minore
alla tua decisione di essere pianta,
seme di essere ventre,
donna di crescere corpi:
 
(sapere corpi è cosa di donne)
la vita dentro escrementi,
reale dentro dolori
di essere bella senza essere bella,
costretta a oggetto senza essere oggetto,
legata a buco di altrui desiderio,
desiderio padrone:
 
sapere annunci è cosa di donne
di angeli eccessivi ai tuoi fianchi
di voci che gridano zitte
di cadaveri di corpi di figli
di saperi a rassettare i morti
per farli più belli al loro ultimo andare:
(sapere di vita è cosa di donne)
 
Saperi di nulla,
scienza minore
studio di poco, cognizione a disvalore
cresciuta al tuo ventre
lentamente soltanto,
corpo nel corpo che sei
che sei tu e tu sai non tuo
che è vita,
corpo vita altra che vive.
 
Soltanto nel vento che sale al mio mare
col suo gioco fazioso di furie
si sente, talvolta in notti d'estate,
il grido di corpi di fame
l'urlo laconico di grembi doppi
urlanti fame alle tue materie
in quel tuo corpo mai tuo
che chiede,
che semplice chiede di amare
soltanto...

 
 




Gracias a la vida
 
Dall’acqua, dal mare, dalle sue onde,
dalle tue braccia, dai tuoi seni,
dal ventre del tuo giorno di donna di mare
quel mare che ami
così remoto da terre chiuse tra terre
e mai però troppo divise
da questo nostro sudore di mare.
 
Perciò t’ascolto
seduto sulle tue rive accoglienti
assistendo all’imbrunito albore dei tuoi seni
ed al cristallino calmo fragore di vento
della tua vulva sdraiata
a gorgogliare giovani mareggiate di gioia
per il piacere che ti prende
nell’ascoltarla frastornata
da giocose moine d’amante.
 
Così
contro altre tempeste d’odio
contro troppi minuti di morte
contro le screziate segregazioni del tristo astio
contro tutti gli stadi stipati dal gioco dei morti ingiusti
per questa vita solare che vivi
nell’oceano dei tuoi molti mari
m’appresto a veleggiarti
per avanzare dai tuoi sferici fianchi forti
fino al cuore della tua natura femmina
dove ti comprerò
con tutti gli inganni dell’amore
e tutte le colorate perline della dolcezza
futili in quella spenta esistenza da grandi assassini
ma indispensabili a noi
piccoli naviganti perduti nel grande oceano
il cui nome è gracias a la vida
e che trascorrerò,
come un onesto fenicio bugiardo,
in tutti i porti e insenature del tuo esistere
dolce amica del desiderio,
rapida e arcaica figlia del fruscio del mare.
Sento sibilare serpenti
dentro i miei groppi urbani
e sotto i selciati chiocciare vermi,
limpide vite primitive
tra le superbe forme altere
delle nostre altre esistenze;
ma son stanco oramai
e mi seduce il mare
mentre ammiro stupito
le ultime presenti ore trascorse
ad assodare fanciulle vite
non computabili dai congegni piccini
che il nostro fio di vivere
esige a un insegnante
che solo si vorrebbe cuore
di solco di maestrale.
Così ascolto alzarsi notti
e lune zampillare racconti
di fuochi voci ombre,
lascio il pensiero fuggir via
dietro il cucciolo bastardo
che salta imbizzarrisce
corre fa disastri
nel genio d’apprendimento
sfornito di messaggi.
Perché infatti?
Perché ostentare dall’arte
scandalo o battaglia?
perché imporle cenni
rifulsi d’eterno?
perché chiederle anime
atte a traghettar sponde
per volare aquiloni o carezzar farfalle?
 
Vecchie domande
delle nostre vizze meraviglie,
accecate
in qualche erroneo istante
di tanta polvere buia.





Canto incerto
 
Cassandra guida il cammino sconfinato
che s'incarta tra le pigre frotte del cisto
e qualche raro olivastro rinsaccato,
storto contro il vento - slegato furioso
a ondate improvvise - contro lui derelitto
dalla poca acqua - dal sole alto e spinoso.
 
Polvere contro polvere e meretrici sassi
d'inciampo al piede - debole affaticato -
che duro insiste sulla via di lenti passi
che si sciolgono alla strada - tragitto scabro
della forte speranza di uno stagno sognato
di un debole torrente - di luoghi sterili glabro.
 
Cassandra sa, prevede - non può dire
ai suoi compagni di strada - sfiduciati -
che l'orrore del nulla è lì a stormire
avanti ai passi - faticosi abbandonati -
della storta compagnia verso un futuro
cieco, incerto di carne cuore - e stanco -
del suo transito - ad altri collassi - mai pensati.
 
Cassandra va - tace il tanto audace andare -
di quella cieca brigata - contro dio -
lui inerme che guarda l'abbandono odiato -
la rinuncia dei figli di Caino alla sua voce - fioca
piccina - che sussurra la vita e l'amore
nel fragore delle api, nel canto usignolo
nel muto danzare dei fiori di rovo,
nell'acre alzarsi di polvere disperata
di terra - dallo sguardo umana inaridita.
 
Ma ho vissuto stamani un altro canto,
un altro andare docile tra le cose -
assai vecchio - il proferire la bellezza del mondo -
ho ascoltato - e lento mi accoccolo -
come un bimbo frantumato di voci
non materne non familiari non alleate -
ma nette - come un fiore di campo -
- una rosa appena compiuta a quel cielo - alta
sottile - soltanto appena odorosa - di ciglia lunghe -
affilate all'amore di sangue e di carne.
 

 
Passaggio violento di luce
turpe voce di diavolo
mala ringhiata stridente
utile serva di servi poteri
innominati imparati presenti
di oppressione sapiente
a uccidere innocenti
a negare ogni innocua libertà di esistenza.
 
Mi ricordo di piazza Fontana.
Quello scavato elenco disfatto
di corpi distrutti spezzati
e quel rimestare menzogne
sopra vite distrutte annullate
per scopi di falsità mentite, reali
contro nemici immaginari
e vive vite vere di
contadini,
commercianti,
operai,
impiegati,
insegnanti,
ora finalmente alla fine
giudicati colpevoli
di volere giustizia
seppellita
coi loro corpi d’amore
sepolti trent’anni fa d’ingiustizia.
 
Ho memoria di piazza Fontana.
 
Ma tu
tu che eri dietro
dietro a quel tavolo di poteri,
tu che sapevi
quelle mani da satana menomato
che manovrarono i fili di morte,
tu che eri al corrente
delle mosse dei soci delle tue spie,
tu che hai sorriso in silenzio
alla morte degli innocenti
perché così fermavi i tuoi pensati nemici,
tu che hai annuito appagato
dall’efficace trionfo del lavoro di morte
su quelle vite innocue, tu
ora dormi la notte?
ancora hai il tuo cuore tranquillo?
e serene le tue cave accorte ragioni?
più non pensi ai morti sepolti
dal tuo potere di morte ingiusta
di giuste vite fracassate?
 
Anche Dio, io lo so,
ha memoria di piazza Fontana.


 
 
 
Raffaele Ibba è nato il 19 gennaio 1950 a Cagliari, dove tuttora risiede. Insegna Storia e Filosofia nei licei. Dal 1998 ha accettato il fatto che la scrittura e la poesia sono il vero scopo della sua vita. Da allora ha pubblicato un testo poetico sul potere e la guerra, e sulla funzione di memoria della poesia, intitolato "Il disonore dei canti", presso le edizioni della Meridiana di Firenze (giugno 2003); diverse sue poesie sono uscite in siti Internet.



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pagina aggiornata il 23 dicembre 2008