Nicoletta Bidoia
 
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Dalla raccolta L’OBBEDIENZA
 
LietoColle 2008



 
dalla sezione “LA MAPPA”


ah! sans que rien ne me soutienne ni me guide
que la puissance de l’erreur
Philippe Jaccottet
 
 
Il nostro andare è uguale
a chi non sa vedere, a chi
ogni giorno si separa e chiama
e di domande sfinisce l’eco
e aspetta.
 
              Ma so di alpini
che, perduti in guerra,
ritorno fecero con una mappa
e i nodi sciolsero su quella carta
che solo dopo si scoprì sbagliata.
 
Non di Alpi lei parlava
ma di Pirenei.
 
 
 
 
 
L’ora è immobile e niente si rivela.
I nostri nomi innevati, accostati al silenzio,
i disegni del fiato in attesa, le menti sfinite
a ricomporre l’inizio…
Solo - ogni tanto - le frasi della luna,
in alto, oltre gli abeti, muovono l’aria
come indirizzi notturni, rotte incerte dei venti
e del tornare.
 
 
 
 
Lo sguardo che si piega è una conquista,
il lento educarsi della vista via via
alla sottrazione più severa,
ma a volte la pena si leva dalla terra
e distoglie da noi la sua insistenza,
i suoi occhi fissi.
Ogni tregua ci vede in quegli istanti
coi cuori aggrappati a una promessa
e i sorrisi in faccia ai venti.



 
dalla sezione “LE AMNESIE”


 
 
 
Altri schianti, altri spaventi,
le parole che tardano a condurti,
la memoria che si lava di tutto,
i verbi che non sanno più
come appoggiarsi
 
e nel disordine della lingua
impari a svegliarti.
 
 
 
 
 
Smarrirsi venne prima,
già nelle pianure della nebbia.
Queste sono zone dove si crede soprattutto
alla verità dei corpi, al loro segnale fermo
tra le idee. Le voci, quando c’è bruma,
restano cenni di esistenza,
promesse di vicinanza tutte da provare.
Si va piano, specialmente la notte
e ogni passo che si salva
rassicura il passo dopo.
Per timide prove si procede
in cerca di una qualche trasparenza,
di uno slargo, di aria
che non offuschi l’aria.
 
 
 
 
La diresti una rinuncia ma è solo disciplina
restare fermi, tra affanno e affanno,
fedeli a un’alleanza con la terra.
La diresti una resa e invece è resistenza
concentrarsi sull’attesa di una lingua
che torni a dire cielo, coraggio e a dire albero.
Ma ora una foglia è ciò che rimane
e aderire bisogna alla foglia.  
 

 
 

Fammi un quadro, ti chiesi, bianco
con qualche graffio di altro bianco
perché è in questa impresa che mi fiacco:
separare il bianco che divento
da quello dello sfondo, distinguere due chiari
nell’identico giorno. Fallo con riguardo
perché non vada perso neanche un tono
di colore uguale, una sfumatura,
il bisbiglio che mi lega a questa vita
nell’ora più confusa e incredula.
Fammi un quadro che mi spieghi
tutto questo niente.
 
 
 

Con un tordo ripasso la grammatica
e faccio pratica di suoni,
di timbri chiari nella sera.
Se ripete il periodo all’infinito,
io lo seguo e il canone conversa
diviso da una siepe.
Ogni giorno a quest’ora
lui mi insegna un’altra lingua
e mi dice che imparare
è questione di obbedienza,
fare spazio dove prima
c’era il niente e tenere gli occhi aperti
(come tengo), mantenerli attenti
a ciò che viene.
 
L’altro ieri
la siepe che era spoglia
è tornata a gemmare nuovamente.
E’ un sospetto, un desiderio,
una consolazione?
 
Se tutto tornasse uguale,
se il tordo avesse ragione...



 
Dalla sezione “I VALZER”


 

L’INIZIO

Allevo la gioia di ora in ora,
insieme ci accompagniamo in cima
ormai prossime all’inizio.

 
 
 
a Maria Adorni
 
il faudra bien aimer
comme encore jamais

Louis Aragon
 
Imponi le tue mani da lontano
alla mia fronte tesa e dividi con me il pane,
l’atto di stare ancora tra i vivi, gli amati.
Insegnami per sempre, angelo caro,
l’ordine di Aragon, la sua promessa,
ordinami tu stessa un cuore largo, pronto
- come quando mi regali un fiore nuovo
che ti è nato nello spazio di una notte
o quando mi traduci una canzone
e tutto prende aria, luce.
 
Il faudra bien aimer ed ameremo,
ché solo in questo gesto noi viviamo forti,
e libera mi vedrai, sono sicura,
dalla paura del lato scuro dei volti,
dal loro lungo assedio. Mi sai
ed io ti so e so il momento
che mi pensi interamente lì vicina:
è quando il bene è tanto e ti trabocca
dalle mani che tieni sempre aperte.
E’ allora che il giorno più mi avverte
che il male si ritira
e un calmo soffio arriva di te.
 
 




Dalla raccolta ALLA FONTANA CHE DA' ALBE, quasi una preghiera ad Alda Merini

LietoColle 2002



Nuotando tra le acque
amniotiche dei Navigli,
mi senti chiamare “Alda”
in mezzo ai lupi?

Da quel caldo e tuo lento
lievitare, ti accorgi di me
che arranco stralunata
dietro a un po’ di grazia?

Fammi carità e porgi orecchio,
sanando il mio argine che rovina
e di pietà in pietà strappa
i miei sbagli ai loro denti

e salva consegnami alla fine
ad un lido pacifico serale
dov’io possa guardarmi in faccia
senza farmi così tanto male

 


Bada, per me non sei
la stanca icona di dolore
che tascabile ti fanno all’occorrenza
Sai essere colomba che devasta
nell’antico e potente suo planare,
ma pure del giunco tu hai la grazia 
che di fronte a crudeltà si assottiglia,
che supplice si dondola e resiste
in una bianca sua speciale meraviglia

 

 

C’era una fontana che dava albe / ed ero io …
Alda Merini

Parla al mio roveto
e ancora veglia
che tutta non mi avvolga
questa sera: un po’ per volta
si era detto. Risparmia
ti prego la battaglia
che inizio ogni sera
alla mia pelle e intercedi
se puoi alla tua fonte

Con il canto trasfiguri
amari calici. E io, lo sai,
ho sempre sete  

E se il vino che ti ho dato
non ti basta
e se anche la mia pena
non ti bastasse più,
ti darò i miei occhi
come passatempo
e le mie ossa
per suonare ai vivi
Perché Alda, da qui,
da questo metro quadrato
è a te che ho sempre parlato,
alla tua fede scalza,
alla tua chiesa,
alle tue reni cadute
che sostengono il mondo

 

Apro la porta e ti vedo
col cuore madido
e il palmo a chiedere
Ma come ti sfamo?
se non ho pane, né fiori,
né grasso concime
ma solo fame,
solo scarne parole
scagliate contro un muro,
crocifisse, secche

Entra Alda e vedrai,
divideremo calme l’assenza,
la mangeremo piano
e da un povero divano,
sazie di amorevole niente,
imbastiremo trame
che nessuno sogna

 


Germoglio languido e feroce
che spacchi l’asfalto per uscire,
che strappi le corde della voce
per disperato amore, non così per dire

 

Se qualcuno in giardino ci vedesse
io che pianto i bulbi o qualche fiore,
tu che dietro a me sradichi furiosa,
solidale con la zolla e il suo dolore

Ma poi son io che strappo le radici,
torturo la terra ancora e mi lamento,
mentre tu alle spalle mi soccorri
e ricomponi tutto quello scempio

 

Aldina, sono pronta
con la valigia vuota
e la bocca impastata
di sogni e troppo, troppo
amore per soccombere

Aldina mia, perdona
l’intimità che a te mi lega
come bocca affamata di onde
e carezze e di troppo, troppo
amore per rinunciare

 





Dalla raccolta VERSO IL TUO NOME

LietoColle 2005



 

Siamo di nuovo a chiederci
cosa sarà che muove
le nostre mani sulla pietra.
Cercare un respiro inedito,
un alito di vita? o l’esempio
dell’immobile destinarsi delle cose,
del loro consegnarsi intatto
a un domani incerto che promette
(ma non mantiene) le rose.

 

Mi pare di esserti di fronte
quando martelli piano il tuo nervoso
sul pavimento di legno, con il piede
e io cerco un qualche modo (e non lo trovo)
per placare la tua ansia di futuro
e dare alla mia e alla tua fede
un senso che non sbatta più la testa
contro il muro.


Ad ogni passo che fai
verso il tuo nome
un oscuro inciampo
ti trattiene.

Ma il tuo nome contiene 
inciampi e passi 
che del riaversi
sono traccia.

 

Ma a volte il cuore ci perdona
e nel deporre per un’ora
il coltello che sappiamo,
il fiato ritorna
e si scioglie nel sorriso
che accende la parola
di nuovo in festa.

Ed è in questa epifania che si rinnova
il nostro disporci all’universo,
quando il viso più disteso
raccoglie in sé
il verso luminoso del respiro
e lo alimenta.

E’ allora che si canta
il brusio d’amore ricomposto,
la facile eloquenza e la magia
che un altro tempo,
inverso a quello,
a piene mani ci regala.

E ci coglie alle spalle e ci sorprende
uno stato di bene e di chiarore,
il nostro allearci fiduciose 
alle linee segrete che portiamo,
il trasformare infine quella scure
nella giusta forma della mano.

Non aver paura
di essere un fiore fragile
- lo siamo tutti
prima che smetta
la tempesta.

Tu non lo sai
ma quando ami
regali brividi alla terra.

 

Ti cerco per le stanze
- di casa, della mente -
e trovo un palpito d’assenza,
un tuo fruscio di veste
ancora intatto
a cui non feci caso.


Io sono una casa distrutta
con gli occhi esposti
al più nero babau. Silenzi
e segreti sono stati tornado
che hanno divelto la gioia,
furiosi.


Me ne sto in piedi

sopra l’unica piastrella
rimasta.


Conosco un posto del cuore
dove staresti quieta, dove
la pioggia con le sue dita
ti vestirebbe lieve, e ardita
ti mostreresti al sole
quando ritorna.


 
E anche oggi, Let, noi ci auguriamo
il riposare intorno a una parola,
lo svenire sul letto di chi dorme

e si consola da sé, con le figure
che il giorno ci regala e le paure
che stringono alla gola.

E tutto nei sogni ci ricorda
il profilo che assumono le assenze,
il rassegnarsi in pace o la rivolta

per un'attesa che troppo si prolunga.
Noi siamo presenze sostenute
dalle promesse insistite del destino,

noi siamo gli occhi che aspettano per sempre
un segno remoto che decida
di farsi più vicino.


 

Le lingue io non le conosco
né come si dice la struttura del fiore
ma il vento sì, questo lo capisco
e non sono capace d’altro
che di quel povero ascolto,
l’intendere il discorso
che sempre m’improvvisa
quando parla d’amore
o di altre cose, di candori
e di certi piccoli segreti
che rivela per lo più
ai rimasti analfabeti.

 




Nicoletta Bidoia è nata nel 1968, vive e lavora a Treviso. Ha pubblicato: “Alla fontana che dà albe” (2002), “Verso il tuo nome” (2005), con prefazione di Alda Merini e "L'obbedienza" (2008), con prefazione di Isabella Panfido, tutti con LietoColle. Insieme alla cantautrice Laura Mars, che ha musicato e inciso due poesie di “Verso il tuo nome” nel suo album “Nido dove riposano parole” (2006), ha ideato e realizzato lo spettacolo di musica e poesia “Un piccolo miracolo”, partecipando a diversi festival di poesia italiani.



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pagina aggiornata il 23 dicembre 2008