antropologi narranti: Giulio Angioni, Pietro Clemente
 
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Giulio Angioni
 
E' nato a Guasila nel 1939. Insegna antropologia culturale nell'Università di Cagliari dal 1981. Ama segnalare che ha avuto come maestri Ernesto de Martino e Alberto Mario Cirese, che ha studiato e insegnato in Germania, in Francia e in Gran Bretagna, che ha studiato molto i Gua di Trexenta in Sardegna e che come scrittore ha raccontato soprattutto di un luogo detto Fraus.




Giulio Angioni
Assandira
Sellerio di Giorgianni, 2004

Dio del cielo non c’è niente come la natura le montagne selvagge
poi il mare e le onde galoppanti poi la bella campagna
coi campi d’avena e di grano e ogni specie di cose
e tutti quei begli animali in giro ti farebbe bene al cuore

James Joyce, Ulisse


da  ASSANDIRA


In pelli antiche di mastruca a vello in fuori Costantino Soru dai suoi dieci anni non ha fatto altro che il pastore, fino ai sessantacinque o giù di lì, inverno più inverno meno. Lui sa di ogni erba, di pecore e montoni, di monte e parti, di promesse e minacce di ogni cielo, di brine e di rugiade, di rischi d'uomini e di bestie. Uno che vigila, vede e provvede e persino prevede, patendo ire di pioggia, sassaiole di grandine, ceffoni di vento e vampe di sole. All’erta contro il mondo. Lui sa le voci che si sentono di notte, dai monti e dalla macchia, dalle cisterne antiche dei santuari di campagna, dai letti secchi dei torrenti, da troppe solitudini del salto.
Aveva visto feste solo da bambino, poche e da bambino, con occhi da bambino, come anche il cinema, quasi solo rubato, da un buco della porta del locale. Ma un giorno a vent'anni è capitato nella festa grande qui di Fraus, Santa Maria d’Agosto, ben vestito e calzato, tutto rimesso a nuo-vo da sua madre: “Vai figlio mio che oggi è festa anche per te". Aprendosi alle luci colorate, nel fragore dei razzi e dei bengala che coprivano i campi di scintille, ascoltando le musiche, Costantino si è perso, tutto nuovo e aperto, occhi e orecchie e naso e bocca in un sorriso strabiliato. Lui che fino allora aveva invidiato la libertà degli uccelli, contemplava la festa tra le lacrime che non sapeva di versare, forse convinto di essere il beato di cui Fraus quella notte celebrava l'assunzione in cielo. Aveva soldi e si è comprato una girandola, poi un palloncino, poi ha capito che c’era di meglio e si è gettato nella danza, con salti e inviti e piroette solitarie, come se avesse perso il peso della carne.
Sarà una cosa così anche questa che adesso qui diciamo agriturismo, tutto lo scintillio dei vecchi rami lucidati, i fuochi con gli scoppi, le antiche novità?


Com’è possibile che uno se ne venga proprio qua, su questi nostri colli abbandonati, per divertirsi a vedere fare il lavoro del pastore, maledetto sia, non l’auguro a nessuno. Lo sa bene lui che lo ha fatto per più di cinquant’anni, e se si è divertito, qualche volta, è stato quando ha potuto smettere di farla la fatica del pastore, sempre dietro all’erba e all’acqua, attento alle direzioni del vento, a tutte le intemperie, al sole e agli astri della notte, al giro delle ombre, fino da bambini quando s’imparava la catena dell'anno a menadito, come scegliere un luogo buono per riparo, sfruttando forre e querce cave, un anfratto, una grotta, un rudere antico. Mandorle amare.


Però suo figlio adesso gli faceva una sorpresa: aveva di nuovo bisogno di suo padre che si era già abituato all’indifferenza del mondo per un vecchio come lui, un pastore in disarmo, con una memoria che non serve a niente, ma impone i suoi diritti. Ci si abitua anche a questo, ci si abitua a tutto, specie alla rassegnazione, qui da noi, quando il mondo ti lascia alle spalle, sotto il campanile con i tuoi rimpianti. Ma a che costo ci si abitua a certe cose, a non servire più, si domandava il vecchio sotto il campanile. Quanto costa accettare di servire di nuovo a qualche cosa? Ci ha messo molto. Ha smesso di parlarne cogli amici. Seduto su uno scranno sotto l’umbracolo dell’uva, nel cortile di casa, è arrivato a decidere che quella sorpresa che il figlio gli faceva era anche un dono. E un padre non rifiuta mai il dono di un figlio. Questo in proverbio non si dice, ma si sa, senza che sia messo in belle parole. Con circospezione Costantino Soru l’ha messo in pratica.


Il pastore adesso chiama per nome ogni pecora, perché ogni pecora ha il suo nome, come i cristiani. La prima, guardate com’è bella, la prima è Melixedda, che vuole dire Piccola Mela. Vieni, Melixedda… Ed ecco che il pastore la fa passare sotto le sue gambe, la spinge con le mani sul deretano, le resta a cavalcioni, ma senza appoggiarsi al dorso della bestia: ma attenzione, come vedete, il pastore rivolge il dorso alla parte anteriore della pecora, afferra le sue poppe e le tira con decisione ma con delicatezza verso l’esterno, in modo che i capezzoli siano diretti verso il recipiente, che sta a terra quasi tra le gambe di dietro della pecora e i piedi del pastore… Ecco, adesso il pastore si inumidisce le mani con una prima spruzzatina da un capezzolo, se le sfrega un po’, così, come una massaia con la crema per le mani. Bene, mungere una pecora è fare un movimento ritmico per spremere il latte fuori dalle poppe, giù dai capezzoli. Ma guardate con che delicatezza da amatore esperto il pastore prende in mano le poppe, e incomincia ad accarezzare i capezzoli col pollice e l’indice della mano destra, e spreme, delicatamente, orientando il getto verso la bocca del recipiente, mentre la mano sinistra, anch’essa con movimento ritmico che fa da contrappunto a quello della mano destra, spreme e palpa la parte alta delle mammelle; ecco, così, bravo, e come la pecorella l’asseconda, come se lo nutrisse, come fa con un figlio, o con un amante.
Adesso il pastore smette di accarezzare e di palpare e spreme con destrezza tutte intere le mammelle, ecco, vedete, con una dolce decisione, prende le poppe a due mani e le preme un paio di volte: coosì!, e in questo modo il latte fluisce a getto continuo, e con soddisfazione di tutti e due, la pecora e il pastore che la munge.
Ma non tutte le pecore sono facili da mungere. Non per niente sono femmine. Bisogna conoscerle una per una, bisogna saperle prendere, e devono imparare anche loro a seguire il pastore, che quando non è bravo e comprensivo, e le maltratta, non avrà mai davvero ciò che si può avere da una femmina.


Ma aveva torto il figlio a credere che lui, suo padre, si fosse fatta una ragione, che oramai ci credesse e fosse anche a suo agio, per esempio perché alle volte la mattina, prima della sveglia comune amplificata al ritmo di ass'andira, come se il gallo non bastasse in una commedia di quel genere, il vecchio se lo andava a svegliare, suo figlio, perché si sbrigasse ad andare all'ovile e fosse pronto per la pantomima del risveglio, abbrancicato alla sua pecora, e poi della poppata e della mungitura. Oppure perché un giorno gli ha fatto notare che il latte appena munto, quando lo versi nella lama grande, lo devi filtrare con un panno teso sull'imboccatura, per l'igiene. O quando gli ha mollato quasi una pedata il giorno che Mario si è messo a castrare un giovane maschio, con il maglio di fico, battendo sui testicoli come se spaccasse le mandorle, cose da tempi antichi, per poi farlo vedere ai turisti. Ci era capitato per caso, il vecchio che si teneva alla larga quando le cose le facevano per mostrarle ai turisti.


Guardalo il pastore, diceva Grete ai suoi agrituristi: il pastore è un atleta in gara con il mondo a corpo libero, ha un’attrezzatura da niente, qualche vaso, non usa la ruota, ha mezzi di trasporto da soma e da sella. Ha tutto in corpo e in mente. E’ medico veterinario. E’ pure psicologo, per esempio quando un agnello rimasto senza madre dev’essere adottato da un’altra madre rimasta senza figlio, perché un figlio a una madre è necessario quanto una madre al figlio, anche solo per produrre il latte, che viene dopo il parto e si può mantenere all’infinito se si poppa o munge, come si sa: ma questi turisti mica lo sapevano, neanche le donne, che avrebbero il dovere di saperlo, e invece lo imparavano all’agriturismo Assandira che cos’era e che cos’è una balia, una nutrice, pecora o donna fa lo stesso.
Quel giorno appunto il vecchio aveva accettato di esibirsi nell’operazione di trovare una madre a un figlio senza madre, e un figlio a una madre senza figlio. Capita, agli uomini e alle bestie. Basta un vello d’agnello, ma dell’agnello che la madre ha perso (e gli uomini mangiato, di solito): insomma, si maschera l’orfanello con la pelle del figlio morto di quella che sarà la nuova madre. Troppo complicato?
Guardatelo il pastore. Mette addosso all’orfanello la pelle dell’agnello morto, come un tempo i fratelli minori si adattavano a portare i vestiti smessi dai fratelli maggiori. Ecco, come un golfino un po’ fuori misura, buttato sulle spalle alla gaglioffa, però così la pecora si confonde e lo prende per suo figlio, alla vista e all’odore e chissà a che altro, lo tratta come il figlio redivivo, anzi mai morto, non esageriamo con ciò che capisce un animale, che insomma lo prende per suo figlio e basta, solo un poco perso di vista: ed ecco che adesso il figlio torna al richiamo della madre che lo lascia avvicinare alle sue poppe, lo salva salvando se stessa e anche il guadagno del pastore.


(per gentile concessione dell'Autore)


NARRATIVA

A fogu aintru/A fuoco dentro (EDES 1978), Sardonica (EDES 1984), L'oro di Fraus (Editori Riuniti 1988, Il Maestrale 1998), Il sale sulla ferita (Marsilio 1990), Una ignota compagnia (Feltrinelli 1992), La visita (Condaghes, 1994), Lune di stagno (Demos 1995), Il gioco del mondo (Il Maestrale 2000), Millant'anni (Il Maestrale 2001), La casa della palma (Avagliano, 2002), Il mare intorno (Sellerio di Giorgianni 2003)


SAGGISTICA

Rapporti di produzione e cultura subalterna (EDES 1974), Tre saggi sull'antropologia dell'età coloniale (Flaccovio 1974), Sa laurera (EDES, 1976), Il sapere della mano: saggi di antropologia del lavoro (Sellerio 1986), Sardegna, della collana L'architettura popolare in Italia (Laterza 1988), I pascoli erranti (Liguori 1989), Tutti dicono Sardegna (EDES 1990), Sardegna 1900: lo sguardo antropologico, in Storia d'Italia, Le Regioni dall'Unità a oggi, La Sardegna (a cura di L. Berliguer e A. Mattone) (Einaudi 1998, pp. 1123-1152), Cosmo e habitat, in AA.VV., Archeoastronomia, Credenze e religioni nel mondo antico, Atti del 141esimo convegno internazionale dei Lincei, Roma 14/15 maggio 1997 (Accademia Nazionali dei Lincei 1998), Pane e formaggio (ZONZA 2001)








E' nato a Nuoro nel 1942. E' ordinario di Antropologia culturale nella facoltà di Lettere dell'Università di Firenze. Si è occupato di vari aspetti della cultura popolare, di museografia e beni culturali, di realizzazione di musei, di problemi teorici dell'antropologia, di problemi come l'immigrazione e le identità etniche.
 
 
"Anche noi fummo concrezioni epocali come le conchiglie o le spiagge del Poetto, forse mettendo l’orecchio sul mio cuore si sarebbe potuto sentire il rumore del mare, come con una conchiglia. Agimmo, questo ci affascinava, ma agendo fummo agiti da un tempo, abbiamo meno colpa di quanto si cerchi di dare, meno meriti soggettivi di quanto si cerchi di assumerne. C’è voluto molto pensiero per fare una rosa. Noi eravamo rose. L’assemblea era una rosa il cui bocciolo aveva dentro di sé l’attesa, il mito, il sogno, il lavoro, la mente, di generazioni".


Pietro Clemente
Triglie di scoglio.
Tracce del Sessantotto cagliaritano
Cuec, 2002


 
da  TRIGLIE DI SCOGLIO


Ricordo, ma non so se sia vero - era un'altra vita la mia di allora - che il '68 si impresse nei miei sogni e desideri già un anno prima nel parlamentino studentesco cagliaritano nel quale ero stato eletto, l'ORUC (Organismo Rappresentativo Universitari Cagliaritani). Era una giunta abbastanza vivace di centro-sinistra presieduta da Giorgio e con lui c'era Gavino. Erano loro a riportare dal mondo, anche se con un certo disagio, avendo scelto d'essere nei partiti tradizionali (Dc, e Psi), i segnali iniziali e diffusi della forma assembleare che stava emergendo dalla politica studentesca. Si affermava un nuovo stile della politica e dell'impegno sociale, vivace e creativo, cercavamo già di incarnare il senso e i modelli di una nuova vita che si annunciava.
Sapevamo già di sit-in, di cortei e blocchi del traffico, avevamo già l'esperienza dell'audacia nel manifestare: Capitini ci aveva detto che non è un vero cristiano chi non ha mai avuto i carabinieri in casa, e noi, non sdegnosi di quell'immagine eroica, volevamo essere veri cristiani solo in quel senso. Prima ch'io tornassi da Milano, Capitini era stato influente a Cagliari nell'ambito di alcune iniziative pacifiste e nel '63, senza saperlo, ne ripresi il percorso con il Map, già qui si definivano forme di azione e di intervento dal basso, un'esigenza di radicalismo, iniziative che venivano da noi e non da altri ulteriori livelli della politica. Allora non ho, non abbiamo mai atteso che qualcuno dicesse cosa fare o non fare, dopo successe e non a pochi: ma si era entrati nell'era geologica dei "gruppi extraparlamentari", li creammo o li accettammo e ne fummo schiavi.
Il Psiup (Partito socialista di unità proletaria) era una nave scuola di libertà. Leggevamo Basso e Gramsci dei Consigli. Quando ascoltai nell'Oruc che aria tirava nel mondo studentesco italiano, intuii che quello sarebbe stato il mio modo di essere studente. Le cose apprese assumevano senso fuori dai libri, oltre i difficili inizi di incontro psiuppini con gli operai cagliaritani pochi e scettici e oltre i deludenti inizi al seguito di sindacalisti la cui pratica essenziale era quella della contrattazione. La politica di routine mostrava solo cinismo e retorica, ovvero pragmatismo e analisi strategiche.
I quadri funzionariali, nel sindacato e nei partiti, nell'area socialista che frequentammo, davano a noi l'impressione di persone di esperienza, o di grinta, di solido pragmatismo e di solide parentele; scampate a lavori faticosi, o alla disoccupazione, si gestivano questo privilegio con un gusto talora fastidioso. Anche questo un modo di accedere a fronte alta ai consumi della modernità di ceti tradizionalmente esclusi, ex minatori, artigiani di paese, figli di contadini con la scuola elementare.
I congressi nazionali erano occasioni di racconto, si viaggiava in nave con i biglietti dei parlamentari e si cercava di rendere il viaggio luogo di eventi di cui parlare, chiacchierare, vantarsi. Da un lato i racconti dei compagni di mezza età della fase lussiana e non, racconti di donne e di storie o particolarità sessuali. Dall'altro esperienze di giovani seri e taciturni, come Antonio mio compagno di cabina, che mi lasciò in custodia la valigetta mentre andava in giro per la nave: c'erano dentro una salsiccia secca e un pezzo di pane. Io ero con questi giovani seri, per una nuova età della politica. I più grandi raccontavano delle imprese con puttane all'albergo e poi votavano le correnti al congresso seguendo ordini di scuderia, noi creavamo il panico per la nostra imprevedibilità nel voto. Ma c'era qua e là qualche rapporto di stima e d'amicizia. Eravamo bassiani, foani, libertiniani, diverse espressioni della politica che esprimevano soprattutto differenti stili di vita, tutte cose che non andavano bene ai dirigenti sardi tardolussiani.
Ero nella sala scura, in fondo, lontano dal tavolo della presidenza; il luogo era la sede dell'Organismo Rappresentativo Universitario Cagliaritano in via Roma a un primo piano, volevano coinvolgerci in giunta ma noi, io, eravamo cocciutamente antigovernativi.
Avevamo avuto, come studenti, alcune umilianti sconfitte in una fase di politica delle piccole cose: il telefono nell'atrio, la cogestione. Un preside rispose negando le richieste e sottolineando i "solecismi" della lettera del rappresentante degli studenti; noi più estremi pensammo "vendetta, tremenda vendetta". Vi garantisco che non era meglio allora, quando un uomo serio, onesto, importante come Lilliu, poteva - da preside - rispondere così alla lettera di un rappresentante degli studenti. È stato meglio per tutti, e forse non si poteva altrimenti, che sia cambiato, che siano cambiati loro, come poi siamo cambiati anche noi. Lo dico per me stesso e per i conti che faccio sempre con Cirese, professore di laurea e maestro di studi, che di quel tempo agito è un sistematico detrattore e si sente colpevole di troppe responsabilità. Doveva esser così.


Poi ci si può rammaricare di altre e negative conseguenze e io lo faccio. Costi della democrazia. Sentii quella subita da Ignazio, il nostro rappresentante, come un'umiliazione che avrei contribuito a far scontare ai professori.
In quella poca luce di una casa cagliaritana antica, sentii qualcosa come la chiamata di un destino possibile, l'etichetta di quel destino era la parola "assemblea".
Il sogno che faceva venire a cadenza le mie ricerche di me stesso, da Milano dove avevo - infante con papillon - creato una serata di recita di testi poetici sulla resistenza spagnola, a Cagliari dove avevo creato un gruppo di recita di poesie mai giunto al debutto e il Map, il nostro mitico Movimento d'Azione per la Pace: avevamo chiesto a Londra i simboli, giunti mesi e mesi dopo, ma bellissimi (Save Our Souls in codice, bandiera a vista e una sorta di omino con le braccia aperte a triangolo). Per il Map l'esperienza di famiglia di Giuanniccu ci fu indispensabile. E in via Cugia imparai da lui modi di essere nella politica intelligentemente diversi da quelli di sua madre Joyce e di suo padre Emilio Lussu. Ho imparato più da lui allora che da Emilio. Solo molti anni dopo ho recuperato gli insegnamenti del padre. I compagni di classe di Giuanniccu avevano una grande venerazione e solidarietà per questo gracile e lungo compagno silenzioso e imbarazzato, che veniva da Roma e viveva con molta autonomia.
Per questa classe del Dettori di mio fratello Carlo nella quale c'era anche Piergiorgio, più piccoli di tre anni di me, scrissi anche una poesia antiamericana: in occasione dei missili a Cuba la polizia fece davanti al Dettori caroselli impressionanti sui marciapiedi (avevo visto a Milano il luogo dov'era stato ucciso il giovane Ardizzone) dove stavano questi ragazzi della terza C, la mia stessa ex classe, che non lottava più per il riscaldamento e la festa delle matricole, ma era ormai capace di sentire la sintonia di un'onda che traversava il mondo. Naturalmente i missili c'erano a Cuba, e noi ci formavamo delle coscienze un po' ignaramente faziose, su questo ha ragione Cirese, ma c'era una grande luce e noi avevamo una energia irrefrenabile. Le grandi luci talora nascondono alla vista, accecano, non è detto detto che facciano vedere meglio. Tutto ciò, ma anche gli amori non capiti, i primi esami, le amicizie nella casa di primo sposato (e in municipio), le incomprensioni, la mia distrazione egocentrica, chi capii e chi non capii mai, i misteri delle donne, della giovinezza e della vita che rinunciavo a comprendere, tutto ci maturava come un grumo di coscienza destinato a ingrandirsi in quello spazio chiaroscurato, in via Roma, di cui non ricordo il tempo.


Dopo molti anni, trenta, qualcuno mi ha detto: "ma lo sai che tu per noi eri un mito". Ho risposto la verità: "no, non lo so". Essere un mito? Se l'avessi saputo avrei perso il contenuto della razionalità della mia formazione che era radicalmente antimitico, mi sono sempre pensato organico a una comunità, a un soggetto nuovo. Non un individuo singolo, un "eroe plasmatore". Facevo quel che a me sembrava dover essere il mio compito. Forse il mio gusto per gli ossimori ha qualcosa a che fare con una battuta che mi fu fatta da una ragazza all'ingresso della Facoltà di Giurisprudenza occupata. Disse pressappoco rivolgendosi a me: "Sembra impossibile che tutto questo sconvolgimento sia opera di questo nano". Il nano ero io. L'antifrasi e l'ossimoro alla sarda mi aiutano a dare un esito benevolo all'espressione, che in effetti non voleva essere cattiva. Mi dava spunti fortemente riflessivi. Quel senso dell'esser visto dall'esterno per come sono che l'espressione amplificava, lo ho vissuto come un senso del mio limite, non come elogio di una grandezza. Credo di avere avuto anche per questa particolare fisicità i requisiti del leader non autoritario: è vero che ho avuto un eccesso di fluenza retorica che forse aveva il suo contraltare fisico nel silenzio cosmico di qualcun altro, ma per me (nella mia teoria costruita su me stesso) il leader dev'essere timido, e possibilmente autoironico (non so se lo ero allora, certo lo sono diventato dopo), la sua arte dev'essere impersonale e non egoistica: nei timidi l'elaborazione di una strategia di comunicazione impossibile nel privato, può determinare l'arte del parlare in pubblico. La mia retorica da dibattito e da assemblea è l'elaborazione di una mancanza, la mancata capacità di rapporto faccia a faccia, la timidezza. Se sai che sei come l'albatros di Baudelaire (figura che mi ha affascinato da sempre anche se ho sempre cercato di non identificarmi in essa; in effetti non si addice a un militante rivoluzionario) non abuserai del tuo carisma, in fondo ti affiderai alla pietas degli altri nel rapporto personale. D'altra parte molti che mi cedevano la voce pubblica gestivano la rete dei piccoli rapporti, e voce e silenzio privato e pubblico godettero, per qualche tempo, di un raro equilibrio. Per ciò che mi concerne c'è anche un fatto caratteriale che allude a una formazione teorica più che pragmatica, a un vissuto di libertà che nasceva dal pensiero e non era ancora ben incarnato nelle persone ma solo nelle mie scelte personali. In senso lato il mio modo di essere ideologico si può sintetizzare in un celebre motto: "Amo l'umanità, ma non posso vedere la gente". Motto pericoloso, delle cui nefaste conseguenze non ho avuto modo di soffrire troppo perché Dio mi ha protetto, anche se non gliene ho dato mai motivo non credendo affatto in lui, dalla pratica più radicale e oscena di questo motto che è quella del terrorismo.
Molti anni dopo il '68 mi trovavo a tavola con Cirese e altri colleghi durante un convegno, forse era quello di Montecatini sulla Festa del 1979, avevo trovato in Inghilterra un asciugamano con una vignetta di Schultz in cui Linus diceva a un amico: "I love mankind, it's people I can't stand", la cosa mi aveva colpito molto, piccola traccia anche questa di una mia mania riflessiva un po' autopersecutoria. Venendo a proposito durante la cena citai in inglese questo riferimento da Linus, e lo tradussi con millantato tono poliglotta, Cirese mi guardò un po' allibito ma disse con garbo e a voce non esageratamente sputtanante "Ma è Voltaire". Beh! può capitare di confondere Voltaire con un asciugamano; a me è capitato, ed ho finto di superare molto sfacciatamente l'imbarazzo, ma me ne ricordo ancora. Quanti pasticci e posticci nella mia e nella nostra memoria di gente formata nella società delle masse, ai suoi inizi, in quell'altro tempo in cui con l'editoria di massa, la radio, i giornali a 50 lire la funzione intellettuale si diffondeva e popolarizzava, e gli intellettuali perdevano però la purezza e il rigore delle generazioni che i libri li leggevano di prima mano. Poi venne la TV e dalla seconda mano si passò alla terza ed oggi si può andare oltre gli asciugamani, e rischiare di citare inconsapevolmente D'Annunzio parlando di sottaceti.
Una delle più grandi gioie fu quando riuscimmo a bloccare gli smatricolatori di ingegneria, prima li cacciammo da lettere e poi bloccammo la loro azione direttamente a casa loro. Un successo strepitoso contro questi sparuti gruppi di maschilisti inconsapevoli, agiti da una tradizione e da una giovinezza che noi sprezzammo. Non riesco a pentirmi di questo.
Distruggemmo delle pratiche iniziatiche di alto interesse antropologico, impoverimmo il valore dei riti che dirimono il tempo, aprimmo al mondo dei senza leggi e senza riti. Di questo so che debbo epocalmente rimproverarmi. Ma non posso per il mio senso etico ed estetico rimproverarmi della sconfitta che il sessantotto cagliaritano inferse agli squallidi smatricolatori. Io ero già stato smatricolato ad architettura a Milano, in una vita ancora precedente, avevo fatto buon viso, ma come si vede ancora non ho perdonato. Che si inventino dei riti di iniziazione meno volgari!


Non so perché sia diventato "Dolcevita", credo che ostentasse maglioni a collo alto, con delle bretelle ben in vista, per darsi un'aria di duro elegante. Lo avevo conosciuto come Efisio. La sua storia è stata una mia colpa, o forse un suo merito. La scintilla venne da me. Lo avevo visto a Carbonia in una riunione del PSIUP, tra i giovani, pochissimi, che venivano agli incontri. Alba della politica, ricoprivo allora il ruolo di segretario della politica giovanile psiuppina: sarà stato il '64 o il '65 e Carbonia era un luogo difficile per un giovane militante che conosceva meglio Pavese che Lenin. Quasi una prova della verità, in un territorio che nell'immaginario militante era il luogo mitico delle lotte dei minatori: c'era stata l'occupazione della radio dopo l'attentato a Togliatti, ed era risaputa la presenza di armi ovunque (ben nascoste ma ben oliate), gli uomini poi avevano fama di grande durezza e grande era la riserva di voti comunisti. I psiuppini di Carbonia erano di quel tipo, giganti proletari. Ma ne vivevo le ragioni politiche con disagio. Duri significa spesso anche settari, incapaci di capire discorsi non allineati ai codici della politica tradizionale e incapaci di comprendere l'impegno anche etico della nostra militanza. Non si sapeva ancora cos'era il maschilismo, ma loro lo praticavano indiscutibilmente. Tra due, maestri in realtà, non minatori, si era svolta una competizione su chi avrebbe procreato il numero maggiore di figli quale attestato di virilità. Nel comitato di Federazione il mio operaismo era visto con sospetto, roba da intellettuali. Sentivano minacciate le loro certezze, basate sulla conservazione delle idee forti del '48: uno stalinismo senza oggetto politico, una sorta di fedeltà intorno alla quale riconoscersi e opporsi agli altri. I giovani psiuppini di Carbonia, ragazzini sui 15 anni, mi ispirarono un senso di tragedia. Sottoproletari, incolti, anarcoidi, legati più alla norma corrente della gioventù periferica (calcetto, flipper, fare i grandi bevendo e picchiandosi) che a qualche segno di cultura politica. Venivo da Cagliari per questi quattro ragazzini di strada. Ma questa era la mia missione. Adattavo il linguaggio della politica per cercare di intuire-incontrare i loro bisogni elementarissimi: fare gruppo, avere una identità e un ruolo, sentirsi toghi, avere punti di riferimento in cui riconoscersi. Elementi di disponibilità indisciplinata e gregaria che cercavo di sollecitare alle forme dell'auto organizzazione: ma un ballo in sezione era il massimo cui si potesse arrivare. Ed erano troppo anarcoidi per questo. Qualcosa però si accese in Efisio. Venne in città. Ci raggiunse in sezione qualche anno dopo. Grosso e nero, con quell'occhio lesionato che lo rendeva invalido, utilmente per le strategie di impiego in una vita nata sotto l'impronta sottoproletaria. Forse l'esplosione di un residuato bellico. Fu sottoproletariato anche a Cagliari. Ne presi le distanze ma restavo il suo punto di riferimento. Inseguiva tutti per entrare nei piccoli giri d'amicizia, cercava di imporsi. Voleva vivere la città e la politica come una "notte brava". Venne evitato da tutti, le ragazze per prime. Le occasioni di incontro dove bere insieme, tagliare due fette di prosciutto, parlare di politica criticando tutti, gli apparivano luoghi mitici, avventure da custodire per future narrazioni. Stare fino a tarda sera insieme a ragazze e ragazzi a parlare gli sembrava un modello di vita, non una occasione laterale delle relazioni personali legate alla politica. Smaniava per ritrovare sempre momenti di questo tipo. Forse con segreti disegni orgiastici, per scoprire la nascosta immaginata libertà sessuale delle compagne e imporre il suo modello "sottoproletario" come eroticamente desiderabile per una rivoluzionaria. Allora fu Dolcevita: la persecuzione dei bar notturni ritrovo dei compagni. Ma ebbe tenacia. L'emarginazione non lo fece arrendere. Trovò ragazze anche e più d'una. Credo sia stato infermiere, bidello, forse bigamo. Riuscì in qualche modo ad affermare il suo modello, che non era di costruire il socialismo ma di qualificare un'idea anarchico-sottoproletaria della vita. Ma seppe capire dall'esperienza. Lo ritrovai dopo molti anni leader di lotte per la casa. Circondato da gente dell'ipoproletariato, diseredati davvero, ammirato da diversi compagnetti giovani e figura rilevante per una certa fase del movimento. Ero già insegnante allora. Lo seguii a distanza, con il piacere di vedere risolversi l'esperienza disorientata in capacità di maturazione, di coscienza, di responsabilità, mentre continuava a scegliersi con libertà la sua vita. La sua forza era in lui, in me vide una diligenza per andare dove intuiva di dover andare.

Spesso sono stato senza saperlo un traghettatore di anime. Mi sono pensato talvolta, per un destino del nome, come un "pescatore di anime", ma è più semplice vedere che ho solo assecondato compimenti di storie, passaggi, il cui compimento era nelle cose. Traghettare piuttosto che pescare. È congeniale ad un mondo che fu di triglie di scoglio e non di mare aperto.
 

(per gentile concessione dell'Autore)



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pagina aggiornata il 23 dicembre 2008