Antonio Spagnuolo
 
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poesie tratte da
 
Fugacità del tempo
 
LietoColle 2007
 
 
 
 
 



 
 
IX
 
Nelle improvvise solitudini
riprendi altri rifugi:
non saprò quale musica spezzerà le pupille,
o inseguirà le palpebre lentamente alle tele,
così come l'insonnia.
Tu nascondi i confini
al di là d'ogni dubbio,
mentre alle tempie,
senza altro conforto che il silenzio,
sopravvive il ricordo delle porte abbrunite,
della casa ormai vuota,
nella tenerezza di questo autunno,
che prepara lievi vibrazioni.
Il tacere la corda del mattino sfiora giunture:
inutile attesa dell'immagine al traforo.
 
 
 
X
 
Più radi i sogni ripetono vertigini nel tempo,
che scivola,
o si perde nelle sue stesse misure,
nel sangue, in distanze
freneticamente svanite.
Quale voce puoi richiedere,
porgendo l'orecchio a promesse,
non ancora fluide,
se trema l'incertezza dell'ora,
se io stesso sono l'informe attimo
che abbandona le ceneri.
I luoghi dove sigillo stagioni
hanno i limiti di una storia stranamente veloce,
ed il mistero della memoria gioca il candore
degli inganni del dire,
fra gli appigli segreti di un approdo.
 
 
 
XI

Il filo è teso, ma come chiocciola
in melodia di spazi
compie spirali riscoprendo note:
è il tuo ciglio di tristezza che contorce
nuove rime,
ed i polsi strappano premure
per abolire i farmaci della paranoia.
Altre scommesse il gesto,
lo sfascio di pupille,
l'immensa paura dei fantasmi che disgregano sere.
Il segreto vaga da ogni lato,
ed il tuo corpo si adegua ai ritmi del desiderio.
 
 
 
XII
 
Tutto ora è danza e tu lontana
di mezzo ai turbamenti
hai di nuovo sfiorato quelle mie chimere
che tormentavano sillabe.
Quasi fossi di passaggio attingo variazioni,
perché questa è l'ora dei sapori,
il contatto delle smanie indigeste,
la ricerca di incertezze, ove il gioco
della memoria è già riempito
di lampade e profumi.
Nel tenere legate parole fuori tempo
figure di luce vengono nel corpo
a sostenere segreti.
 
 
 
XIV
 
Verso il tuo pensiero scavo un piccolo segno,
che sia l’audacia di una spalla, una parola
che confonda i pastelli ad esplorare la malinconia,
mentre l’inganno degli anni ha rovinato il mio nome
sino all’ultima pagina.
Lievemente sorride al di là delle onde
uno sgomento,
mentre l’arteria disseziona il disastro
delle mie imprudenze.
 
 
 
XXVI
 
Che tu sia parola o musica è segreto del sogno,
è miraggio, appena simulato dal sospiro,
è abbaglio della vista
nella irripetibile storia degli incontri.
Lasciami bere le ossessioni della pelle,
nell’ubriachezza notturna:
ai limiti del ritmo gioco il timore
di brevi parole negli accordi,
nella mia porzione segreta, fra le tue ciglia
quando ritorni dirupo o luce che stordisce.
Festeggio la furbizia dei papaveri,
spoglio gli orpelli, disgrego ogni pastello
per il ventaglio dei petali,
mentre tu nuda confondi la mia rabbia
con le nuvole.
 
 
 
XXX
 
È lento il tempo da scomporre in ritmi
che gli spazi comprende,
o l’incauto rincorrere la storia.
Sorridi ancora, finalmente ebbro
del rutilante calice, sbandando
quasi fossi nel giorno del giudizio
a raccattare stille.
Fra i tralci la tua carne indolenzita
scioglie delizie inaspettate, nude,
con passo dolce e discorde,
avanzando negli umidi presagi
d’una beffa.
Fugace è il bagliore, il suono sordo
ed incauto che svincola melodie,
nuove forze, e l’ardore di vene
ti ritrova delfino a rallegrarti,
scomposto tra sapienza e pudore,
nel gioco acerbo.
Sarà la sonagliera degli angeli
a conforto d’una buffa filastrocca
che si specchia nel fiume arrugginito
del rimpianto,
o bacia e morde l’ugola.
Ecco il tormento delle mani giunte
in armonia col tarlo dell’orecchio,
una realtà, un’immagine inattesa,
un’ombra che ricerca la pretesa
di comprendere quel che accade
al di là dello sguardo.
Tutto è fermo, inferno e paradiso,
nella bambagia rossa della vite,
e le parole sgranano le labbra
in balbettii sconnessi.
Ancora un sorso e le arterie ed i muscoli
saranno le misure in cui più acceso
scomporrai il tuo tempo.
 
 
 
XXXV
 
Avvolge solitudini ed accompagna note di rimpianti
l’ora improvvisa.
Vecchia confidente di sospetti e di una favola
per la quale giocammo l’ultimo tarocco.
Ecco che le apparenze ritardano l’incendio
che avviluppa feste di fuga,
che distrugge ogni traccia,
ospite maledetto del bisbiglio di tutto ciò che il cuore
non seppe riferirti.
 
 
 
XLIV
 
Poco più di un confine traccia il pensiero,
micidiale,
un laccio che confonde a tutti i costi i tentativi
del destino,
il mio stupore attorno a quei riflessi
che muove tra dilemma e interruzioni.
L’ennesima delizia rischia nel brivido
l’idea e il senso,
e rende sospensione ogni magica misura.
Qui conto le ore, fragile,
per scolpire il labbro col silenzio.

I

Mi annullo e scivolo improvviso
dove la notte ha i fregi della quiete:
così la figura svanisce, a brandelli,
svanisce indifferente ed incerta.

Nascondo impronte più recenti,
tra miniature di volti e lo stupore
dei mattoni,
gli studi, la memoria, il sacrificio
di essere qualcuno,
e le promesse intentate
in quello strano presente che sguscia
ormai indignato.

Anche se diseguale l'orizzonte,
soffia il tempo assalti ed accordi nel respiro
che separa altri umori.
Attimo dolce
sul muro che mi rende straniero
somigliante a mestizia.

 

II

Se ci sei - nel verbo - invisibile è azzurro del tuo tempo:
ciò che davvero chiedi rischia la fiamma,
e la luce
sacrifica nell'alba seduzioni.

Ho sconfinato nel senso degli altari
Ritrovando le tenere illusioni del tuo volto,
così modesta preghiera a ridosso di voci
della prima passione,
scintillante nella chiave immaginata,
o nel destino,
quando ritornerai speranza al mio sconforto.

Frammento, ricompongo il mio diario:
una breve comparsa dei secoli
negli attimi della casa perduta.

 

III
 
Giocammo ogni storia nel timore
di essere camuffati tra gli spazi,
per occhi che congiurano le ombre,
figure dai colori diversi,
impronte intrappolate alle pagine
quasi a fendere raggi.

Ecco la solitudine così eguale all'azzardo:
un respiro, ancora di novembre,
nel profumo dei luoghi,
così la sinfonia ha suggello dei sensi,
o abbandona quadranti,
ed è emozione.

 

IV

Inciampare fra gli orli dell'arcobaleno,
mentre il tuo sguardo
è la vigna che brilla per sette lune:
le scritture ed i polsi strapperanno premure,
oppure la realtà dei sorrisi staccherà nel presente
sillabe della paranoia.

Io cercherò di negarti ogni sillaba,
puntando le figure delle vecchie stanze,
e se il golfo ha disincanti,
rimboccherò le fantasie nel consueto giaciglio,
le smanie indigeste,
segretamente intento a confessare
una strana ebbrezza.

 

V

Accerchio le mie ossa alle speranze,
propongo metamorfosi ed improvvise vergogne,
e qualche addio per il torpore segreto.
Spalla a spalla dimentico tutto quanto ho scritto,
o dipinto,
o già pensato per infingimenti.

A quale prezzo venderò le lusinghe
sfiorando le tue mani,
quando a malapena si scioglie un altro giorno
in nostalgie?

Un attimo prima le tue labbra
avevano il sapore del crepaccio.
ora la notte sbatte la chiave
nel bianco dei tuoi seni.

 

VI

Quali stagioni ho visto scivolare nel volto
degli amici?

Gli artigli della fanciullezza, dai nervi inaspettati
a rimandare luoghi e penombre.
Li ritrovo fra gli spartiti del tempo.

Con il ricordo di fontane, e di cieli, confuso
ad altri nomi,
mi ghermisce l'angoscia contro Iddio.

Eppure all'orizzonte s'allontana il bagliore
di una vela.

Inghiotto le parole che impazziscono:
crolla l'attesa e le mie braccia
ordiscono recinti ove la danza
riprende alle tue cosce.

 

VI

Qui, ancora sotto voce la tua vaga sembianza
ha le grida di assenze,
ha l’ebbrezza del delirio nell’incanto
appena simulato da un sospiro.

Dirompe quasi a gioco un Dio perverso
dai luoghi ormai fuggiti,
bellissimo Narciso intrappolato allo spazio
che mi fu concesso tra gli uomini e le cose,
stupore e smarrimento che mi azzera.

Discorso da dimenticare
così come il graffio lungo della giovinezza.

 

VII

Battito la tua mano di un simbolo,
era rete negli occhi,
riverbero di una trama alle pareti,
ragazza che rincorrevo nel germoglio.
Inascoltato
respiro che si affretta e non bugia,
serena nel profumo affabile,
detergi la sospensione dei giorni.

Entrasti, vapore, nelle viscere per comporre
segnali,
un variopinto alone,
la punta delle dita sul petto imprevisto,
l'abbandono di certe somiglianze
quali frantumazioni in sottovoce.
Il rosso picchiava alle finestre,
in quell'istante, il cielo già stellato,
mordesti i miei pensieri,
altre figure sottraesti allo sguardo, ove si ruba
l'ombra delle carezze.
Quindi l'annuncio mattutino, le prime fantasie,
i primi sogni,
quasi nascosto il pallore.

Adesso che rotolo l'impossibile,
mi smarrisco nel fluire delle tue vene.

 

VIII
 
Divieni sillaba immaginaria,
dai straniti dissensi, da le formule magiche,
ove lasci uno spazio,
poi ascolti alle arterie una tensione,
il sudore che si specchia nel viso,
la tregua fra le pergamene consunte.
Intreccia la memoria ancora favole,
raccoglie altre figure,
in quell'assiduo luccichio che inganna
ed imprime fragranze.
Tuo è il logorio delle scene.




Dalla prefazione di Gilberto Finzi
 
Esuberante. Eccessivo. Complicato e complesso. Luminoso e persino rutilante. Cerco, è evidente, gli aggettivi "giusti" per avvicinare la poesia di Antonio Spagnuolo, per ricondurre la sua ideale coloratissima luce napoletana alla dimensione fisica della grigiastra nebbia nostrana. Una luce che illumina ogni poesia, ogni verso [...]

La voce dello scrittore napoletano risuona nel silenzio rumoroso e spesso assordante che circonda oggi tutte le cose, della cultura o della vita, per ricordarci l’annientamento dell’illusione, il dileguarsi dell’inganno dei sensi, l’impressione insomma che tutto proceda verso la propria fine.

La sensazione che tutto navighi a vista verso ciò che non si vorrebbe vedere mai è tanto più viva nelle prime cinque poesie, ma procedendo nella seconda e più corposa parte del libro, si scopre che nella stessa solitudine verbale di Spagnuolo, nella eloquenza che funziona da schermo per questioni esistenziali non specificate, nelle voci acute che riportano un’angoscia, un desiderio, un tumulto del cuore, una vicenda personale che spesso brucia, si scopre – dicevo – un momento serio, un’ "intermittenza" dei sentimenti che nella coscienza ingrandisce e non per caso si fa strada.

In questi versi Spagnuolo abbatte il suo gioco, mostra le sue carte segrete [...] è un pittore che maschera, con i colori, un suo disegno, lo ingrandisce, lo abbellisce, lo lavora. Allora le allusioni più esclusive, il ritmo che cresce e accelera, qualche svolazzo dodecafonico nella musica del verso, tutto torna, e finalmente si vede nella sua giusta dimensione un uomo che ha dedicato gran parte della sua vita a quella cosa indefinita, incostante e difficilissima, che si chiama poesia.




Antonio Spagnuolo  è nato a Napoli il 21 luglio 1931. Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, collabora a periodici e riviste di varia cultura. Suoi testi risultano pubblicati in diverse antologie. Attualmente dirige per l’editore Guida la collana "l’assedio della poesia" e la rassegna "poetry wave" in internet. Al suo attivo, numerose pubblicazioni di prosa e poesia che hanno ricevuto l’attenzione di nomi illustri del panorama letterario contemporaneo, nonchè riconoscimenti a premi.
 
Ha pubblicato:
 
*I volumi di poesia
"Ore del tempo perduto" - Intelisano, Milano 1953
"Rintocchi nel cielo" - Ofiria, Firenze 1954
"Erba sul muro" - Iride, Napoli 1965 - prefazione di G. Salveti
"Poesie 74" - SEN, Napoli 1974 - prefazione di D. Rea
"Affinità imperfette" - SEN, Napoli 1978 - prefazione di M. Stefanile
"I diritti senza nome" - SEN, Napoli 1978 - prefazione di M. Grillandi
"Angolo artificiale" - SEN, Napoli 1979
"Graffito controluce" - SEN Napoli 1980 - prefaz. G. Raboni
"Ingresso bianco" - Glaux, Napoli 1983
"Le stanze" - Glaux, Napoli 1983 - prefazione di C. Ruggiero
"Fogli dal calendario" - Tam-Tam, Reggio Emilia 1984 - prefazione di G.B. Nazzaro
"Candida" - Guida, Napoli 1985  - prefazione di M. Pomilio (Premio Adelfia 85 e Stefanile 86)
"Dieci poesie d'amore e una prova d'autore" - Altri Termini, Napoli 1987 (Premio Venezia 87)
"Infibul/azione" - Hetea, Alatri 1988
"Il tempo scalzato" - All'antico mercato saraceno, Treviso 1989
"L'intimo piacere di svestirsi" - L'Assedio della poesia, Napoli 1992
"Il gesto - le camelie" - All'antico mercato Saraceno, Treviso 1992 (Premio Spallicci 91)
"Dietro il restauro" - Ripostes, Salerno 1993 (Premio Minturnae  93)
"Attese" - Porto Franco, Taranto 1994 - con illustrazioni di Aligi Sassu
"Inedito 95", inserito nell'antologia di Giuliano Manacorda "Disordinate convivenze" - L'assedio della poesia, Napoli 1996
"Io ti inseguirò" (venticinque poesie intorno alla Croce) - Luciano, Napoli 1999
“Rapinando alfabeti” – Napoli 2001 - prefazione di P. Perilli
"Corruptions" - Gradiva, New York 2004 - traduzione di L. Bonaffini
"Per lembi" - Manni, 2004
"Fugacità del tempo" - LietoColle, 2007
 
* I volumi in prosa
"Monica ed altri"- racconti - SEN, Napoli 1980
"Pausa di sghembo" - romanzo - Ripostes, Salerno 1994
 
* I volumi per il teatro:
"Il cofanetto" - due atti -  L'assedio della poesia, Napoli 1995
" 'Nu nippolo e 'o guardapettole " - due atti in vernacolo napoletano - 1996

Di lui hanno scritto numerosi autori fra i quali A. Asor Rosa che lo ospita nel suo "Dizionario della letteratura italiana del novecento", Carmine Di Biase nel volume "La letteratura come valore", Matteo d'Ambrosio nel volume "La poesia a Napoli dal 1940 al 1987", Gio Ferri nei volumi "La ragione poetica" e "Forme barocche della poesia contemporanea", Stefano Lanuzza nel volume "Lo sparviero sul pugno", Felice Piemontese nel volume "Autodizionario degli scrittori italiani", Corrado Ruggiero nel volume "Verso dove", Alberto Cappi nel volume "In atto di poesia", Ettore Bonessio di Terzet nel volume "Genova-Napoli due capitali della poesia", oltre a L. Fontanella, M.Lunetta, G. Manacorda, Gian Battista Nazzaro,  G. Raboni, C.Vitiello e molti altri.


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pagina aggiornata il 28 novembre 2009