Marina Pizzi
 
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Anche le tenebre sono di scarto
nel basto dell’attendere
malta la rifinitura.

UNA CAMERA DI CONFORTO (2004)






***

Questi gironi di giorni di mattanza
alla mansione della fotocopia
l’orizzonte in censura inùmano.
Arsione del sale la festuca
del cappio rappreso quando
nessun restauro dorme nel baleno.

Il figlio cremisi mi torni di mano
appena in un qualunque indovinello
in lotta per la fuga verso il bacio
l’io conserto di non badarsi più.

***

Energie del secolo l’abisso
il tuo nome consumato
in tralice
senza l’abbraccio in cima al cipresseto
dove finalmente pianga
l’amara cornucopia in farsa tutta.
Mai tornato dalla trebbia del deserto
ti corro al collo amante più che unico
confesso che ti gioco grandine di dentro.
Costanza di natura il tuo ventre
stambecco sulle resine di ogni lapide.

***

Ti guardo con il brevetto sulla fronte,
ma non sei salvo.
Gattabuia eloquente questa nascita
voglia la soglia della bestia non macellata
della pace la lezione in ogni zigomo.
A monte non verrò per darmi penitenza
né da mane a sera a lavorare il teschio
che di persino ed anche nelle mani
degli amati amanti frulla.
Coriandoli di comete averti
semmai da adesso non verrà la giungla
del coma sempre ragazzino.

***

***
 
La litania del giorno dopo

Porgi la coroncina di petali
a chi salta in aria senza passare
per la modica cifra
degli angeli fratelli
né tra quelli che si mischiano alla cenere.
 
Salvi i marchi di tutti i commerci
troneggiano nei non-luoghi di chi vaga
cliente della noia solo a guardare
altri che non guardano guardando.
 
Dominio di coriandoli l’amor mancato
fin da quando le more dell’estate
stanno alle gerle del lunario al batticuore
di chissà quale appuntamento
litania del giorno dopo
poco fata di darsena.
 
***
 
Nonostante la chimera
dentro mi risieda
azzoppo il mio forziere
nullo dal fuori
nullo dal dentro.
Nessun resto ne rimanga
appena questa stanza
dichiari secessione
scisma senza secolo
né con la gara un altro grado aggiunto
lo spalto del rimosso quando godevo il seno.
 
***
 
Cornucopia di stenti
zero a zonzo
sillabario di gelo il tarlo del cielo.
 
***


Dì per dì finì
la forza d'edera del muro
il cofanetto delle mani.
Sconcio di terra perdite di Dite.

***

Non darmi ernie al vólto né costi eccessivi
tra marine di pece cedole di affitti
tra disdette ferite palco ai condannati.
Altra dovizia di vite alla  vendemmia
mai avverrà dal cauto ottimismo
né dal faro amato dalle stelle
velatissime ormai rese scialbe da Las Vegas.
L’aria ariana degli dèi cattivi
anche nel sonno uccide
rondinelle e rospi.

***

Apportale la voce che sia l’ariosa
altana di una volta con la riva,
in perno alle stagioni tutte sapide
per la tema del pozzo non concessa
all’ilarità del fato.
Saltello di cometa veder natale
finalmente dall’arresto della pece.

***


Col muso in appello per una ciotola
(unico strazio di candore
strazio candido)
vieni nel singhiozzo
segnato dalla giuria.
Nemmeno con uno stratagemma posso salvarti
dacché il museo del cimitero di guerra
verte, lo sai, su condoni senza corpo.
Le belle stanze delle faccende madri
uccisero chiunque, compresi i fuggitivi
e le violette delle parvenze.
 
L’inferno delle braci dette altana
al sale che si riflette dentro i libri.
 
***
Di un tragico scarlatto il tuo mestiere
breviario senza pace
colma alluvione.
Biblioteca senza silenzio la tua resa
braccata dalla casa senza pace
piena di pece in coda alla pendenza.
Non basterà commettere una nuvola
farsi di nuvola, nulla farsi nulla, né fato di cristallo
caso di fanga. Strapiombi di assassini
accatastano le salme. Bambini, i rondinini
alle sevizie.
 
***
 
Strappo il mio ritratto voglio sparire
nelle lontane anse
nel se del cielo.
Per un tiro mancino la mia nascita
volse al silenzio della pena àtava
all’ira della chiosa contro il romanzo
alla non novella.
Semmai ti venga di scortarmi amico
porta con te l’urto del ferale
calamaio in cui io possa
legarmi mani e piedi per non restare.
 
***
 
Il vento piccolo di settembre
faccia breccia nel coma
dell’alfabeto.
In una calunnia di agosto
l’ago del tuo bene se ne andò
per settembre.
 
***

Le fole in seno sono le madri
pendule dai fossi
regali con le pene delle perdite.
L’atrio minore, il portico minore
ho salvati, l’androne l’ho perso
nel furto delle scarpe.
 
***


Parli ormai con l’ombra nella voce
che organetto di brace pare alluderti
quale fosti quando qui sul petto eri
uomo e ragazzo in forma di gaiezza.
Una grana di cielo fosti a lungo
anzi sul ciglio della strada vuota
ti venga accolta la foggia che ti spetta
così non piangerò giammai mai più.
 
***
 
Una camera di conforto
quasi un eremo
nel modo della rondine vicina
e del ciliegio carico.
Così dal bivio della rotta vuota
le perle senza gancio spazieranno
in terre senza maghi né vestali
preparati all’attacco.
Nessun amante pianga sul disperso
nel grumo della piaga che lo rese
cenere viva strazio senza resa.
La remissione del contagio sia comunque
il balbettio del plasma più benigno
felice oltre i lingotti di tesori in cielo.
 
***
 
Assunto ad abaco il sudario
so la maretta della corsa in gioco
con la certezza di lasciare
la fune del coriandolo
senza la lode del magistero al fato.
Al vetriolo la pena di scemare
sotto lo strascico dell’ultima sposa
la costa senza terra e senza mare
nemmeno nella foce a delta l’ultima
miniera.
 
***
 
Nel palio della luce il tuo volto
quando morente ti cedevi il passo
alle campane marinate a scuola.
In un apice d’inverno
in un apice d’estate
la selvaggina delle piaghe
quando la gemma manca già per sempre,
intatte le mansioni delle resine
il sì di pietra il no dell’inganno.
 
***
 
Anche le tenebre sono di scarto
nel basto dell’attendere
malta la rifinitura.
 
***
 
Dalla cortesia di un alligatore
andrà sbranata
questa convalida a vita inarrivata.
Dalle morie vastissime con spalti di fenice
crepa, rinasce (crepi, rinasca)
l’apologo del sale
quelle vendemmie accorse in ogni battito
dal tetto alla cantina per incanto
di spasmo per abbraccio.
Sale intanto sempre più in alto
l’arsione di ogni condannato.
 
***
Salutami la gioia,
di me ho fatto scempio
nell’alone del vuoto che scombina
ti dirò la rondine vanesia
asessuata e sola
il pianto ossuto da olio santo.
In breve la brina del mio nascere
ebbe la frusta della stalla
la censura della paura
la foga della giostra senza salirci.
 
***
 
A meno di concerti bene affettivi
non partirà l’arrivo della rondine
giammai giammai più
fasti di vasti gridi.
Il natale del comignolo di spari
attenda alla risposta ogni stamberga
tutte le patrie in un circo di felicissimi
funamboli.
 
***
 
Ne uscì la darsena con un furore
di enigma. Il periglio dei mozzi fu la pena
di tutta una vita. Confinata la rotta
del grande amore grande che declina
la lira del poeta in fossa e tomba.
Anche il Natale non riesce ad accendere
la noia dei bambini per la gioia,
nelle falle del muro l’orizzonte.
 
***
 
Germoglio in quiete l’ozio della riva
oltre il gendarme della falce appesa
nell’attesa. Sì, il calendario è ripido
dilemma, quanto fazioso ragazzo
di curva di stadio.
Uncinate le frontiere della mente
oltre cortina spedisci, scendi da te
la piramide egoista.
 
***
 
Nei molti addebiti al mare di sfinge
trovo la luna grafica dei gatti 
quando ai bambini fingono le favole.
 
***
 
Atelier di cielo averti a vita
appena poco etimo di strazio
 
con un pensiero che spesso mi sbilancia
vòlgo al termine in scatole cinesi.
 
***
 
In questi gironi di giorni
ho reso l’indice
per la chiarità del fraterno
contro il frainteso, pro la rotta
acerrima compagna
con lo zero nel vólto e le stazioni divelte.
 
***


Le strategie del giorno addietro
corrotti indici.
Tradotti in gergo i crampi
reso innocuo amore
un ululato il bavero al passante.
Speranzosi crisantemi di dettagli
con le meningi fioccano preghiere.
 
***
 
Hanno abraso l’indice quasi del
tutto cancellato. La casa recintata dalla cancellata
gli somiglia. Tra staffette di erbe
ha visto i mesi dalle zolle epifaniche
vedette di vendette oltrepassare senza
arrivare. Orfanotrofio del filo d’oro
lo sguardo del servo prima dell’alba.
Nel panico delle evidenze la rupe
almeno simuli il corpo delle atlete
quello del salto.
 
***
 
Senza un gocciolo di stasi voglio andarmene
guarita dalla ronda dell’eclissi.
La forca che tortura anche il sorriso
non sia madrina di nessuna sfera
e la domanda crepi in fondo al pozzo.
Senza la lira del poeta
l’utile dismetta
e finalmente un atrio senza scuola
sappia l’alfabeto delle genti.
Nessun altare appaia all’orizzonte
nell’onta di un presidio di comando
in supplica perenne.
 
***
 
L’incuria di tanto bivacco
non elide frottole
spasimanti di fato, fato altro di altro stato,
intaccata l’ora intaccata a morte
intaccata madonna elemosina di credo,
la statua è la domanda.
 
***
 
Da queste solitudini d'imboscata
cali il sipario, sia riso il divario
dell'attesa. Ascenda a te il mio preludio
che ludo ci sia amore. Perché col sale nelle nuvole
non siano perdite al nemico il pozzo
ottuso: so da molto la furia che ebolle
in stemmi di panico... portami fuori, oltre
la siepe che primavera  ripristina
senza rispetti di gioielli remare
scavalcata la bugia nel crollo del sipario.
E per domani da oggi non vengo,
a giugno me ne andrò con l’erba sana.
 
***
Tra messi d’erba spina e viottoli amorosi
l’arsa costanza d’un breviario d’epoca
quando l’appello della mani giunte
convinse solo apolidi e porti in pozzi:
senza la gioia lo sguardo delle steli.
Assassinate dal vento le gite
nate al martirio delle mani vuote
appese per i polsi del sale in cattedra.
 
***
 
Con le stimmate vuote
miserrima la manna del seno al latte
la frode di fiorire, il sudario d’urlo.
Elisa la madre che mi elise
in palmo al davanzale la conturbante
teca del ventre di non capire
che lacrime di termine
aurore di pozzo
e nel singhiozzo il forse
più medesimo che singolo polare
l’orizzonte eliso.
 
***
 
Con il martirio nella voce so apprendere
decesso dalle pertiche del fato
le migliorie del sale senza affanno.
In fatto di calamita il mio martirio
ha voce raganella quasi con gioco
infante. Forte di un nuovo sillabario l’antro
mi farà regalo della gaia cetra
molto convinti gli amorosi sensi.
Augusto nel berretto del monello
il cucciolo del gusto ritrovato
nel chicco dell’aureola dell’angelo
 
***
 
La fionda del sale

A giugno me ne andrò con l’erba sana
vicino al grano che ruberò patente
senza alcuna paura di lacuna..
 
***
 
Nere aurore nere
guazze senza infanzie:
senza di te sarà minore il cosmo
le lucertole non più fulminee né guardinghe,
non condanne al listino delle merci
cineree, ricordi di strazio.
Nel conclave di lasciarci le penne
le vette di cipressi fanno ridere.
Con le gimcane negli occhi perdo le strade,
mancate le scoperte per cinture
serrate alle vestali delle nebbie.
Senza pedine di giochi da sorpresa
la mitomane allegrezza di chi non sa.
 
***


Tra pertiche che non portano in alto
né nel basso anfiteatro del vicolo,
il firmamento sciami dal cassetto
per un percorso di celle d’eremo.
Combusto in un falò tutto il dispendio
dell’appello ottuso della rima
che per divini ci illuse
servi e assassini.
Col fango nella giacca vagano gli esilii
dalla mongolfiera al tonfo.
 
Venga la luna di mattina
raccolta in bicchieri crepati.
 
***
 
Il poeta è un ladro di cerini
di fiammiferi, serve quando
i gestori delle illuminazioni
sfaccendano al buio improvviso
con gli elmetti nelle fosse dove
lo scrigno è vuoto e l’esule è
fossile alla fronte di ogni in ognuna
nascita.
 
***
 
Al bilico della notte il mio consenso
quando si sfibra l’erbario del castello
e il giardino dei semplici è in rivolta
nei fari delle auto razziste.
 
***
 
Le storie della sera

Le storie della sera
quando il cipresso
pari fratello solo,
d’incanto l’atrio
sa aprirsi bosco,
parimenti il coro
confessi nelle nanne
ultimi bagliori i vinti.
 
Ammettici alla vita
che senza rimedio esclude,
un fato acerbo lasciaci
sotto il guanciale insieme
al primo dente da latte
caduto nel dirupo.
 
***
Con l’ossario nel viso
semipaffuto nonostante
età
la vittima prossima
sì simile da ben prima.
Gerla di occaso il sogno di toccarti
salvo al marsupio che ci accoglie
entrambi bastevoli
fidanze di gran giostra.
 
Possentemente assente
il senso della stanza.
 
***
 
Per scolpire questo andirivieni
con la ramazza in mano
le arti con la gioia dello strazio.
 
***
 
Ammettimi alla vita senza
caserme di stravittorie o pegni
di scoiattoli tarpati
le zampe dispari
di chi a terra si disperde
(storie e chimere rese per nonnulla)
 
***
 
Razzia di sale l’andartene
in antro alle staffette delle perdite
conserte, ma gridi pur comunque, se giacché
sfracelli di erbe viete
quando la trappola del binario morto
nel fiato delle nebbie sappia pena.
Il mare del soldato è la paura
dell’attracco del naufragio del siluro
del sommerso dell’alloro galleggiante
quando la casa è un sorso di arcipessime
bandiere e simulacro il credo.
 
Non velatele il corpo del viso non fu santa
né Maddalena di passioni la lena di non farcela.
 
***
 
Con un contorno di ospizio nell’iride
tarlo di voce il rantolo.
 
***


Appena giubilo tornerà di eco
una vela rossa nei margini
del dado tratto, quasi nodulo
di avvento. Così beghino l’antro
reazionario terminerà le regole
del ghigno verso il contro.
Mio padre vestito da tennis
sull’alto sedile dell’arbitro
chiosa di nuvola il sorriso.
 
***
 
Le ernie faticose di nessuna fortuna
almeno l’astio del controvento
flettano. O almeno il tarlo
(il matematico della cenere)
rendano svogliato.
In cima alla diga di montagna parlai
quasi un’ultima volta con mio padre
che già dall’eco era in indirizzo
nonostante l’agonia di quartiere
l’afa romana rottame e flagello.
Lo strapiombo di asfalto sempre lo sfatare
di qualunque risata di armistizio.
 
***
 
Crepe di alto mare darsi credito
sulle alture delle stoppie.
Le ortiche non hanno malanimo
negli apici caduti per attrazione
in feste di soqquadro.
Ti diedi un appuntamento che tracimò
nell’attesa di fati che non vennero
tra anni di eclissi le simulate stanze.
Mi tolsero la lira anche dal borsellino
per un paese plurimo senza una gioia
né una riva per partire
dall’ira della vedova, dal dove andare.
Per un disguido di dolore mi parve arsenico
persino il nome di quel talamo
nei rantoli dell’acqua.
 
***
 
Con un bagliore di segugio ho perso
l’indice
la canottiera della bicicletta.
I fiori non hanno alcun belletto
per spiare le fosse
per piazzare le giostre.
Da tempo senza zattera l’appello
ha il colletto inamidato di Biancaneve
che non migrerà dalla soma del sonno.
 
***
Apici di vento questo ristagno
badato da agoni.
Corsia per il coperchio della bara
appena dopo.
In pole position il seme del sangue
dimentichi le lavagne che ancora inseguono
come districare gli occhi.
Vidi una volta sola quando
domandai la strada senza trovarla.
 
***
 
Mia nonna faceva la lavandaia
per i patrizi di Piazza Navona.
Morì di vene scoppiate
tanta la fatica.
Un sacco di iuta le proteggeva il ventre
dall’acqua cattiva
lei che Augusta di nome ne sopportò la beffa.
Un’unica foto del figlio
la ritrae al sorriso
appoggiata al muro sudicio di stemmi.
Donna giunonica per maschi di sterminio
non mi conobbe per un anno prima
quando spirò un anno dopo nacqui.
 
***
 
Nella lapide l'indice catafratto
non fa scommessa,
altri contenuti linguistici
orpelli per le visite, rade rade
né angeli di appalto le canzoni.
 
***
 
Il cardo e l’agave
mosaico di sintesi.
Apolidi i singhiozzi del mio scarto
(singhiozzi apolidi di scarto)
negli ospedali con porticati con gatti
per razioni di cibi sigillati.
La dieta fredda prescritta ai moribondi
dà di riso all’inverno inoltrato.
“Domani non venire.”
 
***
 
Nelle bandelle del bavero gli occhi
quasi chetano nella tana in pace.
A presto ti sarò terra di ventre
coppia di amore finalmente libero
cipresso di oceano.
 
***


La perfetta penombra che io possa
morirne scolara al sillabario
(appena ancora ad impararne
il patriarca del verbo)
quando la pena del gerundio
non era né lare né bara,
vicinanza in lontananza la faccenda
promettente l’inganno della resina
senza albero curva.
 
***
 
Taccia la perla
l’erbario
il battesimo di andarsene.
Taccia il senno volatile del muro
l’urbano fato
di ghigliottine stanze.
Nulla si faccia, taccia
l’iride che volle l’orizzonte.
In mano alle trivelle di veli religiosi
la ben gioiosa resina del colle
acida di vento si riversa al sangue.
Le tempie di cometa quando ti guardavo
prima madonna del divario ad asma
non poter toccare l’angelo
gran filosofo il pagliaccio.
In terra di cesoia anche il delfino
ha il filo dell’impiccato per ombelico.
 
***
 
Dall’erta del peso non esca rantolo
finezza d’elemosina l’aprile
iniziando oltre marzo la festicciola
gestita dalle gemme mentre la Tata
riordina giocattoli senza gioco.
Accattone del fasto le briciole
all’attracco delle tasche nelle teche
per mansueto coma.
Perduri con la nuca una girandola.



Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55. Ha pubblicato i libri di versi Il giornale dell'esule (Crocetti 1986), Gli angioli patrioti (ivi 1988), Acquerugiole (ivi 1990), Darsene il respiro (Fondazione Corrente 1993), La devozione di stare (Anterem 1994), Le arsure (LietoColle 2004), l’e-book La passione della fine (a cura di Emilio Piccolo nella collezione “Ekesy”  2004), l’e-book Intimità delle lontananze (a cura di Nanni Cagnone, PDF Press, 2004, anche nella collezione “Ekesy” a cura di Emilio Piccolo, 2004, anche in “Nuovo Rinascimento”  a cura di Danilo Romei, 2004), l’e-book Dissesti per il tramonto (in “Nuovo Rinascimento”  a cura di Danilo Romei, 2004, anche in “La Frusta” a cura di Alfio Squillaci, 2004), l’e-book Una camera di conforto (a cura di Giovanni Venezia, il pungolo.com l’eco dei cittadini liberi, 2004, anche in Dissidenze.com a cura di Giampiero Marano, 2004, anche in Poiein a cura di Gianmario Lucini, 2004, anche in Letterariamente.it) e le plaquette L'impresario reo (Tam Tam 1985) e Un cartone per la notte (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); Le giostre del delta (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004); il poemetto L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba (in Argo, rivista d'esplorazione). Ha vinto due premi di poesia. Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Giuliano Gramigna. Nel 2004 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Waye” l’ha nominata poeta dell’anno.  Fa parte del comitato di redazione della rivista "Poesia".




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pagina aggiornata il 23 dicembre 2008