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a GM


Referiva ancho epsa madonna Chiara, che una volta in visione li pareva che epsa portava ad sancto Francesco uno vaso de acqua calda, con uno sciucchatoio da sciucchare le mane, et salliva per una scala alta, ma andava cusì legieramente, quasi come andasse per piana terra. Et essendo pervenuta ad sancto Francesco, epso sancto trasse del suo seno una mammilla et disse ad essa vergine Chiara: "Viene, receve et sugge". Et avendo lei succhato, epso sancto la admoniva che suggesse un'altra volta; et epsa suggendo, quello che lì suggeva, era tanto dolce et delectevole, che per nesuno modo lo poteria explicare. Et havendo succhato, quella rotondità overo boccha de la poppa dodo escie lo lacte remase intra li labri de epsa beata Chiara; et pigliando epsa con le mane quello che li era remaso nella boccha, li pareva che fusse oro così chiaro et lucido, che ce se vedeva tucta, come quasi in uno specchio.








...ma viene meno il verbo
al privilegio
del farsi ancora giorno

2007-2009
 




Da qui
è molto assente il mondo
- come funzionamento e
altri continenti -
 
si: cementi reti e scrostature
preavviso a focolari
di carni
domestiche - chi è cibo...
chi divora -
 
guarda
viaggiando al contrario
perdita e passato
 
dio
salva
questo meridionale annebbiamento
in quiete di presepe
 
anche i metalli e le centrali
elettriche lucentezze
che attraggono le gazze
 
quel tanto in distruzione
solo dolcezza smarrita
d'un ruscello
 
da qui ha senso la disarmonia
l'altezza
feroce del viadotto
 
salvaci dio dall'ordine
dal verso giusto
dalla chiarezza
 
quante ferite ha
il paesaggio
da qui che
commuovono






Di quale provvisoria nudità
parlano i panni stesi
che sentirsi umani
è inevitabile qualsiasi
rancore si disfa


 

Anime vegetali altissimi
pali e ali dubbie
di cava in cava
ha qualcosa di monco
il paesaggio ma
visionario dio crea
orticelli e dormienti riflessi

 


Oh tutti noi accomunati in grande
stonatura sul presente
è giorno di poca abbazia
sotto le terre ancora
dissodate si notifica
a modo suo il fico
d’India

 

 


Fatta quiete
d’inverno
in gestazione
si prende forma
dentro
in proroga
d’intrusi

 

Ad esempio la parietaria
in comune col muro
avesse il corpo la stessa
energia d’espansione
fidando
nella carità delle gocce
 




Vero non vero
che pianga nell’occhio
il santo ne assume
l’iniziativa
oltre la grata nel suo
dolore gessoso
 
 
 





Restasse quest’alba
difficile
nell’individuazione
case chetate rovine
di acquedotti
restasse l’origine
- lungo la ferrovia -
perpetua
salvando dall’arrivo
ogni creatura
 
 
 
 
Anche la minima
porzione del visibile
ha una radice
- da parte a parte -
infissa nel pianeta
 
 
Andare e venire
ha qualcosa di corpo
su dal binario
si sente tra le gambe
- di stazione in stazione -
come sia preso il treno
dal proprio movimento
 
 
 
Scambio di quasi sud
da Cassino in giù
nessuno se ne cura
tempio al dio
- nella nebbia -
di chiunque

 

 



 
2006
 




Si fa novembre
dolce dai templi
dei platani-vetrate
scolorenti,
si staccano le ali
i morti nelle foglie
silenziosi: in poco
volo atterrano.

 
 




SALENTO
 
Qui sa di sangue
la terra
di bianco il cielo
senescente
che sia reale o immaginario
il morso
inevitabile il male
dal santo

Qui tutto bellissima
morte
di calce barocca
lutto lucente all'anima
scrostata
soltanto il verso
delle rondini respira
se ne va il resto
in sudore

il corpo si fa lacrime
evapora





2005




che sia dentro ogni pezzo
e ci fonda
il gesto del vescovo
come dovremmo
accorpati fluire
dal rosso alla forma
risonante
 
 
 




Cadono leggere
parole sulle ciglia
soprattutto d'autunno
quando inizia lo spoglio
e l'animo s'acconcia
alla scabrosità.
Scava l'unghia del tempo
l'opera d'arte sotto
l'apparenza.

Scarno l'amore
non si commenta.
Ora vorrei dita braccia saliva
tutto che viene dal corpo
provvisoriamente presente.
Lo insegnano i chiodi
arrugginiti in campagna
e qualche dio appeso.




Cerco patria
 
Mi entrano passioni di grano
la misura del viaggio una spiga
tagliente
 
fa altre lontananze un treno
minimo
le annuncia l'abbazia di Cassino
nel troppo bianco della ricostruzione

poi in pochi si prosegue
 
dal finestrino il bello si apre a caso
non esente da orrore
laterali amazzonie di arbusti e di abbandoni
abortite dimore in grande pace

l'alta pausa di un falco
 
dopo Venafro riprende fiato
sempre mite il binario in questa
solitarietà lucente
non c'è fretta
raramente fischia
alle banchine distratte il treno
 
grida una bestemmia il muro
della stazione d'Isernia
ma tornano pezzi di terra
e abitati di spighe
e uomini e donne dai volti
di sole
 
così attraverso il Molise e mi lascio
attraversare
io che di mestiere
cerco patria






In pieno

Mi prende in pieno, nelle mattine bianche,
lo squittìo dei balestrucci dalle fogne
aeree, l'operosità nidificante, il diverbio
sui preziosi pertugi nei cementi.

 

 

Inoperabile

Con astrale energia da lontanissimo
precipitato dentro originario
bene (o male) erosivo più distante
ogni giorno a ogni sonda forestiero
frammento nelle cave popolose
dell'animo quest'organo infermo

 

 

Azzurro intravisto

Spesso non sono che azzurro intravisto
fragile ispirazione a proseguirmi inamabile anche nel riflesso
non valgono le pieghe riacconciate
illeciti i dolori risoffiabili sottoprodotti della trebbiatura
ci dormono le bestie sui miei sogni

 

 


 

Paesi di grano

Ai vicoli di spighe a te pensavo nei paesi di grano
giallo chiaro, al sole dolce di vino e sudore.
Ancora inseparati dalla trebbia il resto e il necessario,
nella piana di festa si fa casa il raccolto, rapisce
il caro sguardo. Sortilegio d'infanzia che mi specchia
quei giorni infiorescenti, quando non affatica
la stanchezza, per stupore di vita, e dura il suo piacere
nella corsa, verso tetti di canne esili stanze
mai abbastanza esplorate.

 

 

Ora antimeridiana

Adesso come siamo, adesso che spuntano i germogli
dai platani, ancora un po' ascetici, noi
spogli nell'ora antimeridiana nel risalto dei dettagli
nell'odore volante dei pranzi nei rintocchi dei tempi
bronzei a morto a vivo, sonanti a chiunque
per la giustezza dei proverbi.

 




Si ingentilisce
 
Ma poi si ingentilisce, aspetta... Resiste tra le piume allo sfoglio
del mattino invernale anche il passero: impara
ad alitarti dentro, fatti caldo ché viene il sole e passa. Unisciti
quel poco alla goccia, dopo non lavarti:
conserva.


... la goccia
 
di seme sudore di pelle di bocca di sangue di vino
di latte che sporca purifica sbocca dal calice-corpo
ci irrora si secca rimane ci segna
le dita dell'anima
 
 




Solo per te poesia la piú inedita
Non capirebbero (altre bocche altri ventri)
Qui escono parole intraducibili e cibi inassaggiabili
Sono stati appartati sotto sale anni-buio distanti un oriente
Non si sapeva al varo quale luogo per infinite induzioni di campo
Fino all'impazzimento delle bussole
Si viaggiava assestati dalle stelle che i cieli consentivano
Con gli occhi dove giungono mai a fuoco con la mente
Siamo venuti e andati senza traccia sull'acqua
Riassorbiti ogni volta tra calma e tempesta
Nessuna congiunzione o passaggio sullo stesso passaggio
Nessuno scava il mare
Oggi ch'è sole tanto chiaro da incidere
Fammi un disegno che fermi la luce
Sulla terra d'unione sovrapposte
Riaffioreranno le orme in sacramento
 


 
Eppure è la gran parte

Vedi quanto manca la massa mancante che non vedi
Un grande mancamento nonostante
I tentativi di misurazione
Forse non riflette forse non emette
Eppure è la gran parte
Dell'universo
Interagisce con il visibile
Inseminò nel buio stelle e galassie
Il passato di tutto e ne sarà il futuro
Al presente lo racconta la fede
Che esiste
Su resti e spegnimenti e altro
Supponibile oltre
la minima frazione spettante allo sguardo
 
 
Senza garanzia

Attenzione, quando sorge:
potrebbe l'anima, attratta, fuggire dall'iride,
dove si smistano i raggi impressionanti,
infrangere finestre infilzarsi su antenne,
cieca nella sua corsa al sole.
La richiama al dovere di materia la sentinella
sporca del cortile. Per lei geme il piccione,
gutturale, non d'amore d'allerta.
Ma scarta il muro l'anima, collassa.
Alcune se ne vedono stracciate, sui rami
d'inverno in orazione, arti tronchi che pendono
d'anime senza
garanzia.




 
Appunti

Bastasse il vento a pulire 
belle parole bastassero o preghiere
in qualunque lingua o – come dicono –
abbiamo trovato nuove efficaci molecole
il semprenuovo ricominciamento per dove si resta
appunti d’opera nascente  
sulla compiacente levigatezza della cera
 
 
 
Greggi nudissime
 
Incidere l'inciso finché sanguina la sola essenza
bianca. Perfetta vulnerazione, analgesica, più di tanto non va
un dolore - si pensa - non sa di esserlo.  Anche senza incidere,
ad esempio le greggi nudissime, dopo la tosatura, per la maestria
dei pastori: lane o quarti di macellazione (appartenevano
a un insieme, tremante, privo di ribellione).  Lamenta la perdita
delle proprie parti il per disgrazia vivente, che sarà in altri
inconsapevolmente (come visse).
 
 



Non sentire
 

Fermo è giorno, di lucido
inverno. Da assorbire in pieno
vuoto lo stomaco vuoto, recettivo
al gelo così il pensiero, in paralisi
candida: più attiva s'affonda
la sostanza. Si sa, fummo cavie
d'una divinità sperimentante
sul tornio ne scontiamo la solerzia.
Venuti d'acqua e fango difettosi mai
stabili, se non cristallizzati     

freddi, siamo rimati amore
con dolore, dediti per dignità
al non sentire.

 

 


Non si trovano risposte
 
 
Per quanti poetici calcoli e simulazione di fenomeni
in laboratorio mentale ancora sulla massa mancante
con accanimento terapeutico-conoscitivo.
 
Per dove nei cieli esagerati limpidi o foschi ma su
troppo su da non trovare un accordo neanche fosse
un’aquila mediatrice di immisurabili distanze.
 
Per manifeste vicinanze piú caro un tavolo appoggio
alla mano vene e venature congiunte    
attratte dalla stessa gravità morte e vive. 
 
Per questa irreversibile infibulazione dell’essere
privato dei suoi originari poteri di volo-volontà
non si trovano risposte.
     
Ma insiste l’esistente
ogni mattino ne riproclama l’estro
il verso intubato del colombo.
 



Greenwich
 
Vagliati dal Meridiano Zero che stabilì ai bisognosi di certezze
La convenzione di comodo del tempo universale
La suddivisione in fusi orari e la perforazione delle lancette
Non avrebbero saputo altrimenti il dove e il quando
Di questo bel mondo
Reticolato
Nelle Terre di Sotto i camminanti a testa in giù
Nell'emisfero opposto i giusti (dritti secondo le regole)
Di conseguenza le leggi l'assegnazione dei posti e le vertigini
 
 

imbarazzante l'universo
di massa mancante
luce invisibile noi
soprattutto liquidi simili
in materia esotica
a particelle effimere



Viene lo sguardo
 
Tenerezza invernata non chiedere altro
viene lo sguardo sulle terre
rosse di Maremma
si nutre dal mare
rurale "Viene
riceve succhia"
la mistica salina
 
 

Larus

Chiaro che vedo il piumaggio del Larus m'illumina e sono
cortile cucina già polvere a velo
 
andante dal sogno al tempo che acconcia
mi manco
nel conto dei tuoi benefici incospicui
decanto
in nostalgia del perso sedimento

 







2004

 
 
Evidenza 
 

Il sempre pensandoti esercitando fiducia nella non improprietà
del mio sentire
(davvero con sorpresa leggera - a momenti - da tutti gli avessi e non avuti)

forse per fine dicembre tra epifania e catastrofe
sarà che il cuore si aggiusta all'evidenza del battito
ne accetta il dono anche aritmico
 




MISTICA DISGIUNTIVA
 
 
In più d'uno può contenerci il campo notturno

un ampio caldo insemina frazioni di corpi

la veritiera Mistica

Disgiuntiva

negli orifizi si insinua e tutto è Bocca

che prende... che lascia...

la Forza è differita in ogni punto

Dolore di tempo
 
Non qui non ora
non troppo né tardi né presto
quando - stornati da tutto
il resto vissuto - un'unica somma
incorporea saremo.

Senza dolore di tempo.






Avis indica
 
 

Prima che sia tardi
 
ricoverarmi nel tuo grembo
 
prima che le ossa diventino cave
 
così leggeri noi prossimi al volo
 
perenne della paradisea
 
che non si posa
 

(inclini alla leggenda i naviganti
 
videro nel cielo australe l’avis indica)


All'infuori di me

     
La soccorrevole frode del vivere non vivere

Essere pensati una citazione casuale

Sottratta al contesto un fraintendimento

Nulla avrai all'infuori di me

Me da quest'altissima rupe riparata

Contro eventuali citazioni affettive né faro né croce

Né traguardo di scalata solo prolungamento

Di roccia tutto un bianco sagrato neanche

Un artiglio che strida di fondo una domanda

Come sarà che è stato là sotto nei bruciori

Industriosi dei contatti disseccanti a ogni tocco

Là dove di frana in frana s'intromette un appiglio

Nulla avrò all'infuori di me






Silloge perfetta

Di noi faremo una silloge
perfetta
non c’è fretta occorre impegnarsi
nelle correzioni togliere
più degli errori l’inutile
siano puri i fendenti
che resti solo il nucleo
il verso primordiale
l’indicibile
noi
 
 
 
 
Migrare

A metà
tra la Terra di Sopra e la Terra di Sotto
la stanza dove si divezza
- vi ho lasciato elegie numerose
fervide e irritate
ma i dialetti non corrispondono -
vige l’endogamia
due patroni due chiese due altitudini
tuttavia un bel panorama.
Perché la gente fuggiva?
E tornava né dentro né fuori disorlata
- quando ti svegli che ancora stai sognando
una lucidità di margine da apolide
assaggiatore di mondi oltre il versante
appenninico o intimo -
Migrare salva
se ti allontani vedi da dove vieni
estrai dal bosco le spine dell’esordio.
 
 




Anch'io di te
 
Di te tutto mi è caro:
dalle mani ascendendo alla bocca
che traduce il dialetto degli occhi,
cara la luce dei mesi variabile
disvelatrice di scolorenti tempere
sui corpi, cari i percorsi dolenti
mondati dal tuo vaglio di senso, care
le terre rinvenute al fiato del ricordo.
Il tuo essere stato che non so,
la stanchezza il sorriso la premura,
la mensa disertata la convenuta assenza,
i precorsi crinali della mente dove ti attardi
al sogno che ne gemma - compagno
di vago spiraglio che salti oltre il vallo
pietroso del vero, in speranza d'autunno:
si rinnovi il mistero delle vigne.
Cara la tua consolatoria seduzione,
immodesta ma chiara:
l'ombra di un bene cura
i cuori impigriti dal diniego,
chi cura ne è curato.
Per questo anch'io di te mi sono cara.




"El amor de la palabra
se separó en su vocal"
Eduardo Dalter


Dieresi
 
Amore di parola separata sulla vocale
debole s'impausa. Costante mi scandisce
in divisione metrica. Due sillabe contigui
siamo scissi nell'unione poetica.
Plano sulle tue labbra di buon senso
non sento voce in questo mancamento.
Prendo il grido d'esordio dei rondoni
e m'involo a covare il desiderio
di posarmi aderente al tuo contorno.
Disancora l'accento che ci scherma
perché siamo in pronuncia di prosa
giunti a renderci visita alla fonte. Esile
invito onirico muove appena un sorriso
al tuo azzurro remoto troppo amato.
Nel quotidiano avanti conseguenza d'infanzia
vado apprendendo assenza a ogni pensiero.
Meraviglie nei muri germogliati dubitanti
cieli d'ali foschie di sguardi umani.
Senza riparo amore separato sotto un verso
cangiante giaciglio al me che mai fu noi.
 
Sia reversibile il passato
gli innesti rinnovabili fino al frutto perfetto
gli anni riedificabili a ogni sisma di età.
Fossi stato la mia primizia il grano steso la carezza animale.
 
Vorrei
fare scorta di te
ché mi compensi
del non avuto
così chiaro a maggio.
 


 
 
2000-2003
 





Le parole sedute

 
 
Il mio Custode ha occhi ridenti
 
in attesa sul margine di border umanità
transiti di dolore lo attraversano
non riflettono ombre alle sue spalle
 
al suo interno misteri a edificare templi
di sovrapposti numi nel corso dei racconti
 
in trasparenza nulla si intravede
se non avesse un vuoto rischierebbe
densità insostenibili alla mente
 
strana vita la sua di altre vite
mosaici esplosi in ricadere a tempo
nel gioco di parole mai concluse
 
chissà se mi alzerò con un sorriso







Ti ho scritto
 
prede scoperte da tane
afferrate sventrate riordinate trafitte sulle righe
insetti sotto vetro
legge la lente strutture di corpi
perfezioni naturali
hanno volato strisciato camminato
visto colori e misure da altri occhi
animali
o vegetali parole tra le pagine
petali foglie intoccabili
parole in destino di polvere
 
estirpare uccidere raccogliere classificare
è lo scrivere
collezionare emozioni esponibili
in recinti linguistici
 
dissodarsi
 
arature
devi seguire i solchi
terre e stagioni decidono i frutti
a ogni sguardo diversi
 
 





Diapositive
 
Siamo in trasparenza colorati
diapositive contro i vetri
incorrispondenti agli istanti
dello scatto
e altre scene altri oggetti perforano
fragili lastre nel telaio
in continuo rimando
di toni visioni sovrapposizioni
inordinabili schegge
senza consolazione di pienezza
attraversabili sempre
così deve essere
variabile foschia dei cristalli
innevarsi e poi sciogliersi lasciarsi
di liquido in liquido
stillarsi fino a generare infiniti
campionari
di colori infedeli





Orti cintati
 
Mai bastante orizzonte
in latitanza
gli affetti detti intangibili

risonanze di fondo
che vi siano o state altre vite
pianeti fecondi fuoco respiro
sonde esplorano i cieli
rumori nessuna conferma
insufficiente scienza
forse altrove nel buio
esterno o interiore
creature diverse
crestate squamose artigliate metalliche fluide o sublimi
terrore il contatto

unici siamo corpi
ognuno terra a sé
orti cintati







Dio sotterraneo
 
Inizia torbido luglio
cielo e fiume un solo ventre
pesante
si affaticano a scorrere
inzavorrati
pensieri inespulsi
spiaggiano
cetacei smarriti

sbocca
per dovere d'estate
un sole d'assenzio
inasprisce l'arsura
umida
del viale inselvato

soltanto i platani
si adattano ai vapori
flettono
sporgenze fogliose
a infingimenti d'aria

radicati in asfittici suoli
li nutre
un dio sotterraneo









Avessi
 
da riavvolgere senza nodi
e svolgere per intessere su un disegno di carta velina
una nuova arte di vita compiuta da diramare
al bordo che mi resta con ricami armoniosi
sotterrando "amor fati" frode dei filosofi
mani finissime avessi da vocazione innata
alla riproduzione perfetta di fiori petali steli di raso
sfalcianti ortiche e gramigne infestanti
un campo cornice affrescato da tinte incorrose
immune da geli e bruciori di soli malati

non fossi
artefice tardiva di resoconti in perdita debitrice

potessi rivivere
illesa
 
 
 






Ti sono le parole esercizi sapienti
come l'arte dei nodi al pescatore

si stringono e si sciolgono
strumenti di accordatura al vento

si intrecciano per reti
imprigionanti il guizzo delle prede

spianate sulla sabbia ne rammagli
le lacerate fughe

tra le scaglie impigliate
di creature mute




Perché troppi sedimentati versi da mesi reclusi, infestanti emozioni, scudo a questa cava preistorica. Nasce il silenzio da metastasi poetiche. Ascolta, dottore, respiri rimati, un certo male si annida all'interno. Vedi, riaffiorano sul corpo miti d'origine, segni del tempo si uniscono a offese, incancellabili, suture violente, cicatrici-solchi da percorrere: alfabeto di ciechi. Ricordo lo scalpellio toscano sulla pietra serena, ritmico, sapiente, incideva creando le forme immaginate. Sono i corpi sculture, di anima fragile, vanamente attendono mani delicate. Distanti le tue, da santo che impone, sparge incenso verbale a risanare menti. Scultore senza contatto, guaritore in assenza, educhi all'assenza. Insegnano i sassi di Matera: l'arte di edificare consiste nel togliere. Arcaiche grotte, occhi incavati della terra, ricambiano lo sguardo, oltre la destrezza dei falchi grillai: esperti di correnti veloci si fermano a Spirito Santo sul mondo inferiore. Tu di me sai ogni piega, dicevi, io di te che ami le creature alate e i territori aspri di certe regioni. Condividiamo scorci di preistorie selvatiche e sorprese nei cieli: non è poco.




TUTTI MENO UNA


TUTTI MENO UNA

 

C'era una volta un Guaritore che guariva tutti. Stava lì nella sua tenda con le formule magiche in ordine alfabetico (soprattutto Y, X e Z) - perché era un tipo molto preciso, anche se ogni tanto dimenticava le note dei rimedi - e un sacco enorme pieno di parole. A B C etc. Mischiava le carte e uscivano le frasi. 'Prendi questo, prendi quello, fai così, fai cosà'. Furtivamente entravano i clienti, a testa china, con un sorriso smorzato di saluto. 'Buona sera, buon giorno, arrivederci'. Alti, bassi, biondi, bruni, uomini, donne (più donne che uomini), sembravano tutti uguali. Già sul sentiero, in prossimità della tenda, iniziavano a indossare la maschera del paziente: sguardo un po' malinconico un po' attonito, andatura incerta con impennate di rabbia repressa. Un pellegrinaggio continuo. Quando uscivano non apparivano più felici, ma alquanto arruffati, come passeggeri dopo una traversata burrascosa. E' difficile stabilire se fossero più penosi all'arrivo o alla partenza. Guariti. Dal mal di mare. I volti pallidi, lo stomaco inquieto, la testa vuota. Temporaneamente sanati, con l'espulsione dei frammenti di dolore che il Guaritore estirpava al suono di un piffero a forma di sigaro. Aveva contenitori pieni di piume e sassi 'Questa è l'ansia del signor Tizio, questa è la psicosi della signora Caia'. Su una pergamena annotava nomi, malattie e compensi. A volte, quando era solo, la dispiegava in terra e ripassava quei segni con sorpresa 'Quello sta un po' meglio, quello sta un po' peggio'. Non vi era certezza, ma trattandosi di magia sarebbe stato inutile domandarsi il perché. A fine giornata, intorno alla tenda scendeva un buio fitto e si udivano le grida dei rapaci. Gli occhi dei predatori notturni lampeggiavano tra i rovi. Era il momento migliore per il Guaritore: la cena quasi pronta, una bella fumata di tabacco e tre bicchieri di vino rosso - quello buono - forse anche quattro il sabato. Stanco ma soddisfatto di tanta infelicità che non gli apparteneva, sistemava i rimedi che gli avevano portato i rappresentanti: code di lucertola a rilascio prolungato, sertralina di ramarro, ali di pipistrello alla benzodiazepina, litio selvatico etc. Prima di addormentarsi, nelle sere d'estate, andava a innaffiare il tavor spontaneo che cresceva rigoglioso intorno alla tenda, in compresse da 1,0 mg. Il rilassante profumo del tavor in primavera giungeva fino all'inizio del sentiero provocando un principio - solo un principio - di sorriso nei pazienti. Perché era felice il Guaritore? Perché guarendo gli altri guariva anche se stesso. Dei mali dell'anima si nutrivano i suoi spiriti protettori, che in cambio gli donavano la pace. Aveva sottoscritto questo accordo dopo anni e anni di apprendistato nel bosco, sottoponendosi a esami d'ogni tipo, colloqui infiniti con demoni oscuri, oceani di parole che avrebbero affogato chiunque ma non lui, auto-autopsie interiori per esercitarsi alle future operazioni, etc. etc. Ma ne era valsa la pena. Non era poi una brutta vita starsene tutto il giorno nella tenda a ricevere ospiti paganti. In ognuno ritrovava qualcosa che avrebbe potuto avere, forse aveva avuto ma soprattutto non aveva. Nel villaggio vicino non si campava tanto bene, anche gli dei stavano traslocando verso altri pianeti e si avvertiva nell'aria un diffuso disagio. Le antiche tradizioni stavano scomparendo, i riti collettivi non erano più occasioni di festa ma stanche ripetizioni di vecchie consuetudini. I territori di caccia si erano ristretti e le stagioni non erano quelle di una volta, come dicevano le vecchie accovacciate dinnanzi ai fuochi notturni. Al Guaritore di certo il lavoro non mancava. Guerrieri frustrati, giovani disorientati e signore al termine dell'età riproduttiva. Tuttavia li guariva, come poteva, o almeno alleviava il loro malessere con giochi di parole e prescrizioni. La Donna-Senza-Mani abitava su un albero dal quale raramente discendeva, poiché preferiva ammirare il panorama. Spesso il marito e il figlio la buttavano giù, per vedere fino a che punto si accorgesse di loro. In questi casi si faceva molto male, precipitava tra le spine e atterrava nel mondo di sotto che poco le piaceva. Era solita gettare il bambino con l'acqua sporca, sia che fosse un adulto o la riserva di conchiglie. Così decisero di guarirla. All'inizio la cura sembrò efficace. 'Prendi questo, prendi quello, fai così, fai cosà'. Ma con l'andar del tempo gli spiriti cominciarono a rifiutare lo scambio. In effetti era molto difficile scambiarsi qualcosa con qualcuno che era privo di mani. Quando il Guaritore porgeva i suoi rimedi alla Donna, i rimedi cadevano. Ogni volta la stessa storia. Eppure non mancava la buona volontà da entrambe le parti. Usciva dalla tenda più inquieta che mai e sull'albero trascorreva notti insonni osservando la luna. Di lune ne passarono tante tra i rami. Una volta ci fu addirittura un'eclissi. Brutto segno. Tuttavia percorreva quel sentiero sempre con la speranza di una soluzione. A nulla valsero le code di lucertola, né le formule magiche che il Guaritore ripeteva a tutti, sempre le stesse, con lievi adattamenti individuali. Provò in svariati modi a sedarla, era un maestro in quest'arte. Non riuscendo a guarirla, tentava almeno di anestetizzarla, perché non soffrisse per inutili doglie. Tanto non sarebbe mai nata. Già si avvicinava la seconda primavera e le piantine di tavor cominciavano a sbucare intorno alla tenda. Sulla corteccia dell'albero la Donna tracciava i segni del suo disagio, con molta difficoltà essendo senza mani. Tuttavia riusciva a fare soltanto questo: incidere parole che nessuno avrebbe letto. Chi poteva sospettare che sapesse scrivere? Ma l'albero, che conteneva l'anima di un antenato, la capiva perfettamente. Quando sarà finito ogni possibile spazio sulla corteccia, anche la Donna sarà finita e la sua storia indecifrabile tornerà alle radici che l'hanno generata. Forse la prossima volta nascerà con le mani.

 






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pagina aggiornata il 27 febbraio 2010