Emilia De Simoni: poesie terra (2000-2004)
 
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Ho avuto fortuna in estati lontane

esaminavo a lungo i carichi delle formiche
battezzavo cani e galline nel dubbio dell'inferno
alimentavo con la bocca becchi implumi
parlavo agli uccelli da santo e insegnavo a volare
mangiavo finocchio selvatico in veste di cicuta
dopo la pioggia cercavo lumache e mentuccia
abitavo pagliai e granoturco steso sui teli al sole
mi mancava solo dio da pensare all'ombra della quercia
qualche volta mi è sembrato vicino

nient'altro da desiderare




Ancora selvatico un luogo
dove respiro umano non confonda
l'umore della tana e le sue tracce
dove animale il tempo senza resti
nel tutto consumato corporale
non si annida ricordo tra le bocche
in comunione di fame e di morte
per ossa sangue e seme si rigenera
carne non umiliata in nostalgia
da sepolture libera riaffiora
e sulla terra in terra torna viva


Pendono dagli ulivi
corpi morti
i frutti non raccolti

terra d'ombre invernale
pietra chiusa di tufo
inospitale umido
in scarna libertà
ha nulla da rubare

una guerra la vita
ti passa e toglie
fino all'essenziale


Isolati cancelli di campagna
non proseguono in braccia di legno
nessun varco si passa dai lati
topografie di proprietà a memoria
file di alberi pieghe del terreno

insetti ebbri di fiori e mieli umani
remota l'ultima pioggia all'erba
gialla che sa di fiamma
d'estate non tutti resistono
si avanza su morti sfrangiate
nell'ombra induriscono spine

un tempo i contadini inaridivano
rugosi alla combustione del sole
li annusavi diversi di fatica
oggi non è più campo di lavoro

tutto mio

questo vuoto di voci queste lapidi
alcune da riempire
i serpi sotto i sassi le miniere
di abili talpe cieche


Hai visto quella terra
devi dimenticare i tempi della potatura
perché gli alberi crescano
inviolati

ti concede la natura il vantaggio della rovina

una tana di volpe rispetta la sua paura
richiedono un vuoto le vite selvatiche
erbe incolte silenzi
non tracce di sentieri ma odori riportano in patria
anche di mura cadenti stanze spoglie
buone per i ragni
sono profanazioni i passi umani in quella terra
di libere germinazioni

le faceva da tetto il volo del nibbio reale
nel suo orgoglio alare ampio dall'alto
a scorgere il nascosto


Vorrei donarti questa terra selvatica
tu ne faresti buon uso

raccogli i frutti che lascio marcire
soprattutto da ulivi e ciliegi
addomestica il tufo in riparo
traccia un sentiero nel castagneto
cura le piante nella valle
innalza un confine di legno
rianima l'acqua dal pozzo
restituisci al forno l'odore del pane
esplora le grotte lasciandole intatte

incontrerai fagiani volpi serpenti
nell'erba operose creature
resti di cartucce esplose
nell'aria ronzii delicati
in lontananza un bosco di faggi
che filtra il suono della ferrovia
due strade di polvere bianca
rumori lenti di trattori
qualche casa incompiuta

infine un cielo di ombrosità etrusca
difficile da interpretare



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pagina aggiornata il 28 febbraio 2010