Salvatore Toma (Maglie 1951-1987)
 
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da Canzoniere della morte
Einaudi 1999


Il poeta è uno scienziato
coi piedi sulla terra,
sulla luna c'è andato
da appena nato.
Il poeta è un uomo
un poco morto
e conosce cose orrende
chissà come
per questo ride di voi
di tutti voi.


Spesso penso alla morte
al modo in cui dirò addio alla vita
a come avrò la bocca in quell'istante
le mani il corpo.
Vorrei morire mi dico
senza saperlo
a tradimento
in un momento
in cui non me l'aspetto.
Ma ecco che l'alba
riaffiora assurda
e la vita ridiventa
l'incontenibile gioco.
 
 
 
 
Inutile fuggire
bisogna accettarsi
o rompere o sparare
o uccidere o uccidersi
occorre ribellarsi
forse annientarsi
forse uccidersi
qualcosa bisogna fare
uccidere forse
forse annientarsi
cercare l'esaltante
nullità dei morti.
Inutile trovare un rimedio
una segreta fonte sorgiva
a una mente acrobata malsana
inutile girare girarsi girovagare
imporsi la luce o l'annientamento
un fiato mi perseguita da tempo
un fiato grosso di cadavere.
Eppure ancora riesco a gustare
la luce del vento
le sue fitte d'argento
mentre sfocia nel sole
ancora so leggere le stelle
la dolce tremenda luna serale
le primizie invadenti delle stagioni.
E allora che fare?
Una cosa sola mi sciupa la morte:
sarei dovuto morire
prima di procreare.

 
 

Se su una moto
vai incontro a un grattacielo
e dietro c'è una stella
per un'ovvia ragione
vedi la stella cadere:
allora per incanto
esprimi un desiderio:
io vorrei
una grande esplosione.


La civetta caccia
nella calma delle notti
ma stasera che la pace
è limitata
dalla grandine e dal temporale
in qualche vecchio rudere
starà con lo stomaco vuoto
il collo ritirato fra le ali
gli occhi dolci
come lampade a petrolio.
Domani sazia
dominerà il silenzio
con le ciglia che battono lente
come l'orologio della torre.

 
 
 
Il maiale
era lì che mi guardava.
Il macellaio
faceva finta di niente
e gli girava intorno indeciso
col coltellaccio allucinato.
Voltai l'angolo
il maiale pareva
implorarmi a restare
posando alla catena
come un lupo in olfatto.
Così rimasto incantato
non sentì il coltello
forargli la gola
e non vide il sangue
colargli a dirotto.
Era tutto concentrato
a rivedermi apparire.


Ultima lettera di un suicida modello
 
A questo punto
cercate di non rompermi i coglioni
anche da morto.
È un innato modo di fare
questo mio non accettare
di esistere.
Non state a riesumarmi dunque
con la forza delle vostre certezze
o piuttosto a giustificarvi
che chi s'ammazza è un vigliacco:
a creare progettare ed approvare
la propria morte ci vuole coraggio!
Ci vuole il tempo
che a voi fa paura.
Farsi fuori è un modo di vivere
finalmente a modo proprio
a modo vero.
Perciò non state ad inventarvi
fandonie psicologiche
sul mio conto o crisi esistenziali
da manie di persecuzione
per motivi di comodo
e di non colpevolezza.
Ci rivedremo
ci rivedremo senz'altro
e ne riparleremo...
Addio bastardi maledetti
vermi immondi
addio noiosi assassini.
 

 



 
Presso mezzogiorno
mi sono scavata la fossa
nel mio bosco di querce,
ci ho messo una croce
e ci ho scritto sopra
oltre al mio nome
una buone dose di vita vissuta.
Poi sono uscito per strada
a guardare la gente
con occhi diversi.


 
Il suicidio è in noi
fa parte della nostra pelle
in essa vibra respira si esalta
appartiene alla nostra vita
plana sui nostri pensieri
spesso senza motivo:
a volte l'idea sola
ci conforta ci basta
l'effetto al momento è identico
ci pare di rinascere
una nuova forza stordente
per un poco ci possiede
ci fa sentire immortali.
Perciò io ho rispetto
di chi muore così
di chi così si lascia andare
perché solo chi si nega la vita
sa cosa significa vivere.
L'assuefazione il contagio
il tirare avanti
la sopravvivenza son solo cose
per chi ha paura di frugare
e di guardarsi dentro.
Il falco lanario

Come un aereo solare
senza rumore
se non fra le ali
il canto di un vento luminoso
circondava il lanario
il vecchio casolare
desolato in collina
tra le spine e i papaveri.
Assorto
stavo lì a guardarlo
roteare a spirale
lento come sospeso
a caccia del rondone.
Si spostava
ogni tanto
anche più di là
fra gli ulivi e il raro verde.
Un silenzio di fiaba
avvolgeva la collina.
 

 
Quando sarò morto
e dopo un mese appena
come denso muco
color calce e cemento
mi colerà il cervello dagli occhi
se mi si prende per la testa
(l'ho visto fare a un mio cane
disseppellito per amore
o per strapparlo ai vermi)
per favore non dite niente
ma che solo si immagini
la mia vita
come io l'ho goduta
in compagnia dell'odio e del vino.
Per un verme una lumaca
avrei dato la vita:
tante ne ho salvate
quando ero presente
sciorinando senza vergogna
l'etichetta della pazzia
con l'ansia favolosa di donare.
Per favore non dite niente.


Io spero che un giorno
tu faccia la fine dei falchi,
belli alteri dominanti
l'azzurrità più vasta,
ma soli come mendicanti.
 
 
Il poeta esce col sole e con la pioggia
come il lombrico d'inverno
e la cicala d'estate
canta e il suo lavoro
che non è poco è tutto qui.
D'inverno come il lombrico
sbuca nudo dalla terra
si torce al riflesso di un miraggio
insegna la favola più antica.


Chi muore
lentamente in fondo al lago
fra l'azzurro e i canneti
non muore soffocato
ma lievita piano in profondità.
Avrà sul capo una foglia
e su di essa un ranocchio
a conferma dell'eternità.



 

Io ho l'incubo
della mia vita
fatta di grandi
sconcertanti conoscenze
e di sogni paurosi.
Per questo credo
di vivere ancora per poco
e non rischiare
di sfiorare l'eternità.
Se passa una nube
fra incerte piogge
quella è nube
in cerca di serenità.



Se si potesse imbottigliare
l'odore dei nidi,
se si potesse imbottigliare
l'aria tenue e rapida
di primavera
se si potesse imbottigliare
l'odore selvaggio delle piume
di una cincia catturata
e la sua contentezza,
una volta liberata.


Quando sarò morto
che non vi venga in mente
di mettere manifesti:
è morto serenamente
o dopo lunga sofferenza
o peggio ancora in grazia di dio.
Io sono morto
per la vostra presenza.
Un giorno di questi
farò di tutto,
tutto farò filare liscio,
i pensieri e gli occhi
anche le nuvole raddrizzerò.
La mia ascia
sarà inesorabile.

Un giorno di questi
comanderò,
come un Dio
tutto vorrò
a me comparato.
Capre galline
voleranno sulle teste
umane come rettili nei fiumi
e fra le aride rocce
un giorno di questi comincerò.
 
 




da Ancòra un anno
Capone 1981 e 2007


Ogni tanto aprono la bocca!
 
Ci sono poeti
che di vivere
fanno solo finta.
Si profumano
si aggraziano
si atteggiano
conoscono almeno mille
termini inglesi e francesi
i più sofisticati
e parlano solo se sanno
di non essere capiti
così di loro si dirà:
ma come parla bene!
poeti diffidenti
inaccostabili divini
che non valgono niente
convinti che ad ogni costo
che tutto è deludente.
Nei loro versi si decanta
l'invincibile infelicità
la grande incomunicabilità
ma in verità tutto questo
proprio non ce l'hanno
se lo vanno a cercare
per un triste poetare
e traggono l'arte in inganno.
Ogni tanto aprono la bocca
e ti mostrano la lingua
per farti vedere
che oltre a parlare
sanno anche leccare.
Evviva il poeta!
evviva la sua canzone
di bestia in estinzione!
 
25 luglio 1978


 
di Rossano Astremo
 
 
Sono passati vent’anni dalla morte di Salvatore Toma, poeta pugliese (di Maglie, paese della provincia di Lecce) morto tragicamente all’età di 36 anni nel 1987. Toma ha ottenuta una discreta celebrità postuma, grazie all’interessamento di Maria Corti, che curò il Canzoniere della morte, una sorta di best of, pubblicato da Einaudi nel 1999. Molti dei testi più validi presenti nella raccolta curata dalla Corti appartengono ad un volume, “Ancora un anno”, uscito una prima volta nel 1981, edito da Capone, ed ora ripubblicato dallo stesso editore, in occasione del ventennale della morte del poeta.

Presenti in questo volume gli elementi topici della poetica di Toma, l’esaltazione della natura, contro le immani catastrofi dell’umanità, la continua lotta tra reale e sogno e il dialogo ossessivo tra vita e morte, dove quest’ultima non rappresenta la naturale conclusione della vita, ma la sua esaltazione, “una sorta di energia reattiva che fa coagulare e filtrare la vita nell’alambicco dell’esistenza”, come scritto da Donato Valli nell’introduzione al testo: “a creare progettare ed approvare / la propria morte ci vuol coraggio! / ci vuole il tempo / che a voi fa paura. / Farsi fuori è un modo di vivere / finalmente a modo proprio / a modo vero”.

Toma, in vita, non ebbe rapporti semplici con l’editoria che contava. Tutte le sue raccolte, infatti, sono state pubblicate da piccoli editori. Scrive Maurizio Nocera, nella pagina di presentazione di questa nuova edizione di “Ancora un anno”: “La silloge “Ancora un anno” fu per Toma uno dei suoi libri dal percorso più difficile. Non si trovava modo di farlo pubblicare. Venne rifiutato praticamente da tutti gli editori ai quali Totò lo inviò. Per di più ci fu qualcuno, come ad esempio Maurizio Cucchi, all’epoca responsabile della collana poetica della Mondatori che non solo lo osteggiò ma trovò modo di rispondere al poeta in modo alquanto sgarbato”.

Toma è stato un poeta discontinuo. Alternava poesie di grande valore immaginifico, pure perle liriche, a testi poco efficaci. Siamo certi che il rifiuto di Cucchi sia legato a logiche estetiche e non “territoriali”. Ciò che è vero è che Maria Corti dovette far passare per suicida per riuscire a pubblicarlo postumo da Einaudi. Venne, invece, stroncato da una cirrosi epatica: “Anche da morto / io sarò un ribelle / uno strano tipo / giacché non c’è altro modo / oltre la morte / di curare i rimorsi i dispiaceri / la noia dei soprusi / le bruttezze le violenze / i capogiri della vita. / Mi sentirò bene anche da morto / e puro e semplice e ribelle”.





Salvatore Toma nasce a Maglie, nel Salento, l'undici maggio del 1951. Prende il diploma di maturità classica, ma rinuncia ad intraprendere carriere e a costruirsi una vita cosiddetta borghese, e prosegue la sua esistenza in una vita appartata, tanto più libera e consona al suo carattere quanto più distante dai suoi concittadini e dal mondo moderno, ed è qui che ha la possibilità di dispiegare la sua poetica.
 
Il giovane visse per lo più nell'appezzamento di terra della famiglia, nei dintorni di Maglie, dove allevava cani di razza inglese, e in un querceto, detto "delle Ciàncole", dove trascorreva ore su un certo albero. Il suo vivere stravagante e solitario era un riflesso del suo carattere votato a una naturalità selvaggia e pura.
 
Cominciò precocemente l'uso dell'alcol che lo accompagnò per tutto l'arco della sua breve vita, e che esasperò in lui la sua carica di passionalità e di desolazione. Si suicidò il diciassette marzo 1987, a trentacinque anni.
 
Tre sono i temi fondamentali della poetica di Toma: il senso della morte e l'atto del suicidio, l'amore verso gli animali e i sogni. Essi sono animati da convinzioni profonde: per Toma il sogno è in grado di trasformare il mondo intero nella sua favola; il vivere a contatto con la natura gli diede la possibilità di scoprire "nell'ingenuità " misteriosa degli animali una superiore purezza, un senso di definitivo, una superiorità profonda nei confronti dello stretto mondo degli uomini. E poi c'è il tema della morte e della vita, e del suicidio, tema più ampio e che, bene o male, riveste tutta la poetica dell'autore.
 
Ciò che rende potente la scrittura di Toma sull'argomento del suicidio, è la validità sicura e alta che egli dà a quest'atto da tutti ritenuto vile e orrendo. Egli è dalla parte di chi si suicida, e non vi vede alcunché di vile nel "farsi fuori"; e se il mondo impone che "suicidarsi" non è cosa buona, è perché il mondo non vede quanto poco buono sia esso stesso.

 
 
Bibliografia
 
Prime rondini, Gabrieli, Roma 1970
Ad esempio una vacanza, Gabrieli, Roma 1970
Poesie scelte, Ursini, Catanzaro 1977
Un anno in sospeso, Lalli, Poggibonsi 1979
Ancora un anno, Capone Cavallini, I ed. Lecce 1981, II ed. 2007
Forse ci siamo, Quaderno del pensionante dei saraceni, Lecce 1983
 
Postumi:
Gaetano Chiappini, Per Salvatore Toma Poeta in esilio, Editrice Magliese, Maglie 1997
Il canzoniere della morte, Einaudi, Torino 1999



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pagina aggiornata il 17 dicembre 2008