*Homepage 
 carta da navigare 
 *libri consigliati 2010-2006 
 libri consigliati 2005-2004 
 libri consigliati 2002-2003 
 *saggi: Alberto M. Cirese 
 saggi: Nicola Lalli 
 poesia psicoanalisi antropologia 
 poesia psicoanalisi antropologia 
 *kinoglaz-doc: visioni scelte 
 arcoiris tv: cinema 1914-1956 
 arcoiris tv: cinema 1931-1978 
 *Franco Costabile 
 Giuseppe Impastato 
 Franco Scataglini 
 Salvatore Toma 
 *ensayos: María Zambrano 
 ensayos: P. Mora 
 ensayos: P. Mora O. Portela 
 sobre la guerra 
 poemas: P. Mora E. Dalter 
 poemas: J. Falcone O. Portela 
 *antropologi narranti 
 scrittori medici 
 *Silvana Baroni 
 Vivian Lamarque 
 Anne Sexton 
 *webmater E. De Simoni: 
 immagini: Molise 
 beni immateriali 
 scritture di antropologia 
 poesie terapie 
 analisi urbane 
 di sguardi di luoghi 
 sconfinamenti 
 poesie musei 
 poesie terra 
 poesie ali 
 *silloge: M. Agostinacchio 
 silloge: F. Alborghetti 
 silloge: R. Astremo 
 silloge: N. Bidoia 
 silloge: P. Fichera 
 silloge: F. Franzin 
 silloge: C. Grattacaso 
 silloge: R. Ibba 
 silloge: G. Impaglione 
 silloge: C. Pagelli 
 silloge: M. Corsi 
 silloge: M. Pizzi 
 silloge: L. Rocco 
 silloge: M. Saya 
 silloge: A. Spagnuolo 
 silloge: N. Stramucci 
 contributi poetici 
 contributi poetici 
 *risorse web 
 *contatto 
 
 


PREMESSA

PREMESSA

 

A metà degli anni '90 le città si popolano sempre più intensamente di presenze "altre": i mondi tenuti a distanza si fanno prossimi e vengono percepiti come inquietanti e incombenti.

 

Tante diversità così contigue rafforzano la crisi di identità di una società già confusa dal disorientamento della globalizzazione. Un senso di disagio accomuna "nomadi" e "stanziali", differenziati tuttavia da una diseguale partecipazione al benessere economico.

 

L'esterno, sentito come minaccioso e indecifrabile, sollecita la tensione alla fuga, attuabile, tra i tanti modi, anche nel ripiegamento interno.

 

In strade senza nome, protagonisti anonimi vivono le loro esperienze di solitudine e ricerca di salvezza dai mali dell'anima. Gli scenari circostanti, tra nostalgie affettive e stupori dolorosi, vengono percorsi in un nomadismo disperato, circoscritto in un microcosmo denso di segni ostili.

 

Il tentativo di uscire dai limiti della propria sofferenza, rappresentati dall'incapacità di comunicare, di ricordare, di vedere, di muoversi, di accettare il proprio sesso o di esprimere la propria violenza liberatoria, implica una richiesta di aiuto.

 

L'aspirazione alla guarigione viene vissuta in paradossali situazioni terapeutiche da personaggi senza nome, forse da un unico personaggio di genere imprecisato, l'uomo-donna, deriva di una società incapace di ritrovare il proprio centro del mondo. 

 





1

1. COMMUNICATIO IN ABSENTIA

 

Come spesso accade in inverno era inverno e i disegni geometrici degli uccelli migratori sorprendevano quei pochi il cui sguardo si levasse al cielo in distrazione dall'obbligatorietà dei percorsi.

 

Un denso odore di lana e colazione ristagnava all'interno dell'autobus animandosi a tratti in brevi fughe nell' avvicendamento umano delle soste.

 

L'assestarsi ansioso degli urbani nell'azzardo delle coincidenze temporali appariva attenuato dalla millenaristica tensione del risveglio e il viale non ancora ebbro dei gas di scarico restituiva al mattino l'illusione del respiro.

 

Ci si avviava curiosi all'estrazione dei numeri vincenti procrastinando nei cuori il calare del sole e il nero incerto degli orientali ai semafori si rifletteva gentile nei parabrezza opachi.

 

I tanti modi della sopravvivenza iniziavano astuti a dipanarsi e la destrezza dei nomadi attingeva nel buio di tasche inconsapevoli.

 

Fu così che emergendo dal condiviso transito preferenziale non ebbe scelta con lo sguardo a indovinare il vuoto che la sorte proponeva con la falsità tricolore del semaforo per riportarsi in salvo verso la via in salita.

 

Il giungere imponeva la fatica di scale quasi oscure lungo le quali i pensieri si assoggettavano alla speranza di un ordine verbale il cui esito positivo sembrava preannunciarsi nella luce finale dell'arrivo. Ma la visita non aveva mai luogo e neanche la diagnosi inerte sull'appoggio a metà tra un triclinio e un giaciglio ippocratico.

 

L'assoluta mancanza della retrovisione portava gli occhi a perdersi nei vetri trasparenti sulle case e sul cielo a tratti segnato da rami lontani e voli che improvvisi irrompevano o uscivano dal campo visivo.

 

Chiunque alle spalle avrebbe potuto uccidere o nel peggiore dei casi assentarsi lasciando morto o solo l'essere così assorto nella ricerca di sé che nemmeno uno specchio aveva per riconoscersi.

 

A volte le parole emissioni mediate di confusioni interiori scaturivano nell'aria saturandola a volte la finestra restituiva silenzi interrotti dai segni del vivere esterno. Molto spesso la cecità dell'incontro rafforzava il dubbio che nessuno vi fosse ad ascoltare.

 

Come può costui descrivermi - si chiedeva - se di me non afferra che echi chiusi al mio interno e ancora chiusi all'interno di questa stanza dentro la quale io parlo in direzione del nulla. Che sorta di maieutica può operare se come ombra che mai mi aderisce resta dietro accompagnando al mio il suo tacere.

 

E se l'inizio era certo incerta divenne nel tempo la durata trascorrere di mesi o di anni se ne perse memoria gestazione protratta inerte sul triclinio attendeva l'urlo di nascita a infrangere i vetri contro il cielo per condividerne il volo.

 

Fu il giorno della pioggia gialla quando orizzonti di sabbia sconvolsero il quartiere e muti nella piazza i venditori annusarono catastrofi celesti. Soli sorridevano agli incroci i pulitori stranieri respirando venti familiari di deserti incombenti sulla città inospitale. Il giorno del giudizio - decretarono molti con ritrovata fede.

 

Si voltò come la moglie di Lot incurante del rischio di divenire sale fu allora che si accorse di un piccolo apparecchio tra le mani dell' altro. Se lo toglieva sempre durante le sedute per poter evitare oltre all'essere visto anche il dover ascoltare.

 




2

2. ABSENTIA COMMUNICATIONIS

 

Non era stato facile convincerli che sarebbe riuscito ma ancora più difficile era stato convincersi che il riuscire avrebbe avuto un senso. Non siamo a Vienna - dicevano - la gente ormai vuole risposte immediate e sono in troppi a tentare.

 

Fu inquieta la vocazione che lo spinse sacerdote dubbioso eppure certo di volontà salvifica per gli altri e per se stesso.

 

L'inverificabile scienza iniziò a manifestarsi furbescamente oltre il sapere valsero fortunate intuizioni per mezzo delle quali apprese a destreggiarsi tra i malesseri umani sempre più abile nell'andar del tempo da cauto esploratore a giocatore audace.

 

Di poco oltrepassata la tarda giovinezza si insediò stabilmente nell'ordine dei guaritori di dolore in dolore il suo nome correva panacea terminale di urbane malinconie.

 

Da meritata fama sopraffatto si ritrovò assediato nei suoi giorni e ad ogni quarto d'ora di intervallo fissava con terrore l'orologio per tornare a comporsi nel suo scanno all' accedere ritmico di varie umanità.

 

Maestro ormai indiscusso della retrospezione come filo d'Arianna guidava gli sperduti al di fuori dei mostri riordinando tasselli di mosaici spezzati.

 

Da dove - si chiedeva - ho tratto questo potere magico e quanto spazio ancora dentro resta per me che la vita trascorro a contenere gli altri.

 

Così si avvicendavano con regolare transito fugaci i volti che l'ortodossia sottraeva al guardarsi mutandoli in suoni e pause di onirico andamento.

 

Costantemente immerso in questa polifonia stentava a riconoscere tra tante la sua voce.

 

Fu dunque l'esigenza di riascoltarsi che lo indusse a violare la norma con dilagante loquacità - cosa che lo rese suo malgrado ancor più famoso in quanto sollevava dal travaglio espressivo chi cercava risposte senza porsi domande.

 

Il suo parlare colmava ormai gli angoli più nascosti della stanza e l'occulto degli animi saziati da tanta ampiezza oratoria così adattabile all'eterogeneità degli affanni che ognuno vi attingeva come ad un testo antico di saggezza.

 

Suonava il campanello a ogni scadere d'ora e l'assetato stuolo si dava il cambio sul finto giaciglio. Giornate dense di parole - le sue - riversate sul fondo del cielo in assenza di volti a ostacolarne il fluire.

 

Perse memoria infine dei singoli individui e prese a interloquire con un'unica grande identità così si illuse di essersi ritrovato.

 

Fu il giorno che il cielo si tinse di giallo e da poco appoggiata sul tavolo la tazzina di caffè venne scosso da uno squillo perentorio. Possibile - si disse - tanto presto o è già tardi. Colto sul fatto non riuscì a rispondersi e automaticamente si avvicinò alla porta.

 

La sua disattenzione per le fattezze altrui unita alla perplessità del mattino agevolò l'accesso dello sconosciuto al calore avvolgente della camera amniotica senza obbligo di saluti.

 

E fu quella la prima delle innumerevoli sedute senza eco. Strano - si domandava a volte - costui neanche sospira. Ma rapido il pensiero lasciava spazio all'espressione verbale della divinazione ardita e tutto sembrava procedere con regolare agilità.

 

Lo turbava agli inizi l'arrivo mattiniero ma nel tempo imparò a distinguere nel tocco la perentorietà dell'altro dalla neutralità della pulitrice quando la bizzarria dei percorsi tranviari provocava ambigue sincronie.

 

L'ovvio susseguirsi delle stagioni radicò profondamente la consuetudine di quei risvegli improvvisi tanto che negli intervalli festivi ne percepì talvolta la mancanza e si sorrise come a una parte imprevista di sé.

 

Invecchiare insieme era il conforto quieto delle sue terapie e generosamente si offriva medicamento protratto all'angoscia del vivere e le foglie cadevano sul viale e il freddo mai pungente della città si diluiva nel sole primaverile e il caldo infine bloccava i corpi in sonni soffocanti e così via.

 

Fu a un ennesimo avvio dell'autunno quando ancora riposte le giacche si scendeva in camicia a comprare il giornale in lento distacco dai margini estivi.

 

L'odore del caffè come sempre lo precedeva alla porta quando con breve scarto dal suono familiare si avviava a interrompere il confine tra sé e il mondo esterno consentendo l'ingresso dei temporanei reduci.

 

Forse a causa di un nervosismo lunare o di un ridere interno congeniale ai felini negli sbalzi d'umore e irreprimibile forse per una distrazione nella magia meccanica dei gesti preannuncianti le entrate l'antico tentativo di mostrarsi ebbe successo e il grosso gatto rosso si interpose.

 

Fu allora proprio allora che l'altro finalmente aprì la bocca e oscura si rivelò nell'aria del mattino l'assenza della lingua.




3

3. ABSOLUTIO

 

L'arroganza del sole nei giorni di festa sempre gli creava un certo disappunto.

 

Dall'esterno giungeva la diversità dei suoni non diluiti nel quotidiano incedere di autobus e camion dell'immondizia dunque più intensi nella riconoscibilità.

 

Scaturivano dai portoni le famiglie e coppie ancor sterili e giovani in via di accoppiamento.

 

Percepiva penosa l'eccitazione di quei preannunci di fughe dal vivere usuale fino a sentirne dentro quel misto di sudore e di carta oleata che invadeva le macchine al rientro.

 

Se il giorno non è eterno - pensava - meglio aspettare la sera. All'ultimo distacco quando dal vuoto nella strada misurava quieto il procedere del tempo perse le tracce dei disertori si dilettava di memorie.

 

Era questo il suo modo di festeggiare.

 

Da molto ormai nella sospensione notturna rincorreva la penombra dell'infanzia ma solo la domenica al risveglio si concedeva una proroga onirica.

 

Del resto - si giustificava - era un vizio del mestiere. Dai ricordi altrui emergeva stanco sul finire della settimana e preziose erano le ore che lo riconducevano a sé.

 

Così si accomodava sul lettino e socchiudendo gli occhi si parlava con le labbra serrate perché nessuno potesse sorridere al di là della porta. Riposa - dicevano - lasciamolo tranquillo.

 

E nell'oscurità radiosa tra le ciglia si ricreava le sorprese di luce della chiesa. Fu in nome di una corretta educazione infatti che consumò l'epoca dell'apprendimento annusando l'incenso ma il desiderio di più umani umori ne attenuò via via la memoria.

 

Giunto al punto di non ritorno esaurito ogni sforzo di aderire al destino gli riaffiorò pesante in superficie la colpa dell'abiura ma invano ne cercò l'assoluzione.

 

E cominciò a sognare calici ed ostensori piedi trafitti e spine sanguinanti così curioso sul finire del sabato si preparava al sonno per incontrare i segni del giudizio.

 

Non lo disse ai colleghi temendone più che il dubbio pietoso la banalità diagnostica non lo disse alla moglie perché incondivisibile è la solitudine del passato con chi ne è stato assente dall'inizio.

 

Lo disse a se stesso e cercò di rispondersi praticando l'incubatio conforme all'arte che sugli altri esercitava essendone maestro.

 

Percepiva nel sonno l'umidità polverosa del legno e l'odore stantio della tonaca attraverso le grate frammenti di volto nell'oscurità violata da incerti esiti solari filtrati da vetrate agiografiche secondo il percorso casuale delle nuvole in cielo e il necessario ruotare della terra.

 

Nelle narici a tratti soffi d'alito umano più intensi del parlare sommesso dal quale scaturivano. Ma gli sfuggiva il senso delle frasi l'identità dell'altro.

 

E ne trascorse tante di domeniche in veglia incubatoria ripercorrendo la notte per uscirne finché protrarre il sogno divenne desiderio di perdersi più che tecnica risolutoria e si viziò a giocare con le ombre soffrendo a ogni richiamo di realtà.

 

Estraneo gli era il mondo al finire del mattino estranee le figure acquisite in vite successive che intorno si muovevano con l'assurdità del consueto.

 

Esausto tornava al suo destino - è molto concentrato sul lavoro - mormoravano cauti i familiari.

 

E lentamente ma inevitabilmente riaderiva al suo ruolo per sovrapporsi interamente a sé all'ora del tramonto quando cinte d'assedio le città si profilava oscuro il rischio del rientro e i messaggi gestuali dei bambini dai finestrini gravidi di respiro raggiungevano muti ma eloquenti l'alternarsi di sguardi sconosciuti.

 

Si concludeva ovunque la domenica come non fosse esistita oltre la porta chiusa dello studio lungo i sinistri margini dell'autostrada mentre gli occhi si inquietano di luci periferiche più dolenti del buio.

 

Ma ad ogni occasione di fuga si annullava la memoria del castigo e ognuno ritentava il proprio viaggio con eroismo episodico.

 

Non essendo di sabbia la sua meta né di roccia o di prato gli fu difficile il conforto ostacolato dall'indeterminatezza e l'incapacità di chiarirsi vanificò i vantaggi dei suoi solitari esercizi.

 

Si accorse infine che il suo sonno notturno e il suo sognare in veglia da mesi ormai recavano i segni di un presagio - così lo interpretò un mattino di agosto osservando per caso dalle persiane chiuse il vuoto della piazza e frammenti di sole inferocito sulle panchine arse e un vagabondo addormentato o morto.

 

Restava escluso il cielo dalle fessure oblique l'inferiore del mondo gli saliva nel suo interno più oscuro e nella stanza con l'effluvio pesante dei rifiuti in estate tra i banchi abbandonati del mercato.

 

Mentre costretto al basso lo sguardo si fissava fino alla cecità improvviso un sentore di incenso si innalzò dal sudore che lento gli scendeva lungo il collo.

 

E gli tornò l'immagine confusa che da tempo scorreva nei suoi sogni festivi. Quiete di chiesa e mormorii indistinti su labbra indovinate nella contiguità schermata del rifugio che il racconto del male risolveva con certezza di formule immutate.

 

L'identità dell'altro si svelò attraverso la grata e riconobbe nel verbo assolutorio l'ipnotica cadenza della sua stessa voce. O almeno gli sembrò e se ne convinse.

 

Fu così che con grande stupore la moglie esaurite in settembre le sue ansie di mare trovò al rientro la sagoma incombente del confessionale al centro dello studio e decise di abbreviare in futuro le assenze stagionali.

 

Ma ben presto fu chiaro che non si trattava di un problema di arredamento.

 

Si sentì discutere al di là della porta durante la seduta che segnò la ripresa dell' attività terapeutica. Ne seguì poi un silenzio che oltrepassava le normali afasie degli interlocutori.

 

I familiari appresero la novità del metodo intravedendo sulla soglia in uscita l'uomo che si sfiorava le ginocchia per ridare la piega ai pantaloni o forse per lenire un intorpidimento.

 

Superata la diffidenza iniziale che sempre accompagna i mutamenti di rituale i pazienti si adattarono a quella stranezza che in molti risvegliava tuttavia echi lontani di colpe e di perdoni.

 

Se ne parlò al congresso della società vi fu chi si indignò chi ne sorrise ma unanime il giudizio decretò l'espulsione attribuendo al delirio innovativo quel tentativo di ritorno alle origini.

 

Ma come è noto in materia di anime la legge si riduce alla disapprovazione ed è da tempo ormai che inginocchiati su quello che fu prima un poggiatesta sempre più numerosi attendono oltre la grata l'assoluzione periodica e lievi se ne tornano nel mondo ricercandone il male per il piacere della cura.





4

4. ERRATIO

 

Guarda - si disse - ormai nella città gli ultimi a sorridere sono i piccoli nomadi.

 

Hanno denti malati e volti sporchi si vestono di vesti sempre altrui che sovrappongono in assenza di sole e spesso per amore dei colori si mutano i capelli con tinture casuali.

 

Di melodie orientali rallegrano la sordità degli autobus e idiomi inafferrabili rimbalzano sui passeggeri inquieti di mistero.

 

Perché improvvisamente sono apparsi e d'incanto scompaiono inghiottiti dal viale tra i nervosi interstizi di automobili e folla sopravvivono agili di astuzia predatoria e riemergono salvi da un marciapiede all'altro.

 

Invece io - si disse - aspetto il verde e mai l'attraversare mi è sicuro tanto che spesso resto dove sono.

 

Così osservava scorrere denso il fiume e i suoi liquami da riflessi solari ingentiliti e al galleggiare inerte dei detriti affidava il percorso degli occhi e i suoi pensieri.

 

Dal ponte non scorgeva l'umido affaccendarsi dei ratti sulla riva solo scritte d'amore erbe casuali i cui segreti la distanza celava e il verde gli giungeva selvatico residuo del cammino di Enea.

 

Era quello il confine del quartiere oltre il quale perdeva il viaggiatore le impressioni di vite meno urbane lasciandosi alle spalle l'odore delle stalle immaginato lungo i vicoli intensi di nefanda bellezza.

 

Perché - si disse - come un cane vado fiutando luoghi conosciuti per ritrovare in essi le mie tracce e con lo sguardo segno il territorio che l'animale bagna dei suoi umori.

 

Circoscritto in questa mitica geografia da nativo australiano gli riusciva difficile allontanarsi dal suo centro del mondo e l'altrove contiguo o remoto che fosse era soltanto un fuori periferico.

 

Così si doleva di questa volontaria reclusione ma quando inevitabile lo minacciava il distacco e itinerari estranei lo conducevano nella città circostante sempre al ritorno oltrepassando il ponte si sentiva indulgente con se stesso e dal grido volgare dei gabbiani sull'isola ancorata dallo scomposto addossarsi delle case nei passaggi del tempo dall'affollarsi umano nel presente comprendeva la sua devozione a quello spazio.

 

E viveva in continua nostalgia di un angolo di strada dell'apparenza eterna di una piazza al mattino del fiorire dei muri seminati dal vento perché un senso di perdita seguiva il suo vedere e ciò che gli occhi dell'esterno afferravano gli si mutava dentro già in memoria.

 

Beati - si diceva - quelli che ovunque passano e nel mondo si spargono immuni dai ritorni e che con sguardi erranti si posano su tutto e nulla li possiede.

 

Fu il volo innaturale di un aereo nella quiete precaria del primo pomeriggio a distrarlo da un gatto addormentato sugli avanzi di caldo di un motore.

 

Improvviso subì un desiderio insolito di viaggio e più forte sentì la sofferenza di non essere diverso da se stesso.

 

E si accorse che l'aria era pesante che tra argini immondi gli scorreva inferiore il marciapiede e che più in alto il cielo si oscurava per i riflessi grigi delle case.

 

Insani gli edifici emettevano intonaci cadenti e il male riaffiorava sugli strati sottili di inutili restauri tanto che la rovina appariva più ampia sulla caducità dei tentati colori.

 

Così disorientato dalla disaffezione e oppresso dal dovere di una trasformazione inquieto si aggirava al proprio interno.

 

Il ridere dei nomadi potente sovrastava la cupa risonanza cittadina e acuto si scagliava contro la sua incertezza ostacolando i passi tra i frammenti del bere dei profughi indolenti.

 

Cauto tra i vetri sparsi si sentiva assediato come il platano antico al centro della piazza incapace di fuga.

 

Cercava una riposta al suo nuovo disagio di non rassomigliarsi e incontrandosi a tratti riflesso nei negozi scopriva tra gli oggetti scoloriti dal sole i tatuaggi del tempo sul suo volto non richiami d'amore né di guerra ma naufragi da vite mai vissute.

 

La possibilità di riconoscersi si dissolveva infine nel confuso specchiarsi e anonimo tornava al suo vagare.

 

Fu nel pieno di questo randagismo che lo colse un amico incline al consigliare come accade nei casi in cui il confronto con la sventura altrui funziona da conferma alla propria salvezza.

 

Gli parlò di provate taumaturgie verbali del risorgere lento ma accertato dalle morti apparenti di cambiamenti emersi dal profondo e gli indicò gli artefici dei miracoli umani.

 

Vuoto com'era si riempì di parole e di indirizzi che ripercorse a lungo per farsi compagnia finché non lo sorprese l'aria speziata del ristorante cinese ad annunciargli la sera e si fermò a osservare la varietà dei cibi sulla carta in progressione numerica.

 

Guarda - si disse - giocano i cuochi a inventare sapori e le combinazioni sono tante che l'avventore curioso non esaurisce il desiderio d'assaggio e scegliendo rinuncia ad altre prove e mai conoscerà il migliore tra i cibi né lo riconoscerà da un tentare incompleto.

 

Fu così che intuì inevitabile la molteplicità risolutiva e lieto si dispose a progettare itinerari incrociati.

 

Era quello un quartiere fiorente di uditori ad orario se ne incontravano di fedi eterogenee nei palazzi sul viale o sulla piazza in vicoli appartati o in angoli di quiete imprevedibile comunque era una stanza a contenere in prigionia temporanea giudici ed inquisiti solitamente a coppie ma talvolta anche in gruppi al chiuso recintati nei loro viaggi emetici.

 

Attratto dalla possibilità di muoversi all'interno di nuovi mondi accessibili nello spazio consueto che più non lo saziava avidamente ricorse al sincretismo e oltrepassando l'errore della scelta scelse di errare nel margine più ampio.

 

Liberi professionisti non prendevano impronte digitali il denaro comprava l'omertà e i modi del soffrire erano i nomi così gli riuscì facile crearsi un labirinto senza uscite che consentisse il gioco dell'entrare evitando il traguardo al viaggiatore.

 

Risalendo dal ponte alle mura interrotte ne individuò la varietà dei tipi tra ortodossi e devianti con sedie o con lettini o altri mezzi d'appoggio pareti nude o librerie saccenti finestre chiuse o panorami aperti annoiati portieri o ingressi silenziosi e tutti li esplorò essendone esplorato a ciascuno donando il suo lutto interiore letterario e reale - poiché non gli mancava la cultura che a nulla gli era valsa sino a allora e dal protrarsi di sedentari silenzi aveva tratto virtù di fantasia e l'una e l'altra esercitava adesso sulla trama vissuta essendo a turno le sue varie parti.

 

Certo non gli fu semplice intessere gli orari e le giornate dei periodici incontri e ogni volta riassumere diversità di dolori ma nel tempo acquisì l'abilità del fingere che finì per coincidere con le sue verità.

 

Non vi era inganno infatti nel suo peregrinare da un guaritore all'altro perché a ognuno mostrava un aspetto di sé come talvolta accade per eccesso d'amare che si oltrepassi la monogamia senza cadere nell'infedeltà.

 

Circospetti all'inizio e tesi ad annusare gli indizi del malessere si aggiravano in dubbio i suoi interlocutori non tanto tuttavia più di quanto convenga negli approcci d'avvio.

 

In alcuni restava una traccia sospesa di inconsueta stranezza - è forse il caldo o la stanchezza o forse avrei dovuto rinunciare - si chiedevano dentro umanamente con esterno rigore.

 

Puntuale si addentrava nelle stanze a interpretarsi con ansie compiacenti verso l'altro e ne usciva diverso nel rientrare in se stesso come da un viaggio ritornando a casa in una foto ci si osserva altrove posando gli occhi su uno sguardo estraneo.

 

Così la vita nuova gli sembrava tra l'andare e il venire in vari approdi a incontrare l'ignoto nei limiti sicuri delle ore e dei luoghi e più non si curava di zingari ridenti né di profughi ebbri impegnato com'era nei suoi rischi interiori e ancora si addolciva a indovinare lungo i percorsi interni del quartiere gli imprevisti giardini nei cortili.

 

Non che fosse felice eppure lieve un accenno di quiete lo sfiorava quando seduto a un lato della piazza con gli occhi penetrava nelle case attraversando i volti alle finestre e odori di cucina immaginava tra il consumarsi lento delle cose nell'attesa comune agli oggetti e agli umani degli esiti finali.

 

Confusa scivolò la primavera tra l'inverno e l'estate se ne accorsero in pochi più dal lamento umano dei gatti nelle strade che dal volo tardivo dei rondoni nel cielo e alcuni ne sorrisero dei vecchi abbandonati alle panchine per antiche memorie di languori intermedi che un tempo si fiutavano nell'aria a preludio d'amore.

 

Ne annusò qualche traccia nel tardo pomeriggio sorpreso al rinverdire delle erbe murarie sul tetto della chiesa e dalla vacuità dei lampioni già accesi nella luce del giorno ancora viva.

 

Le stagioni di mezzo non esistono più - disse una donna in autobus rubandogli uno sguardo incustodito che riafferrò veloce tornando all'infinito oltre i respiri impressi sui finestrini sporchi di sconosciute mani e nel fuggire attraversò se stesso in un istante nel riflesso del vetro chiedendosi se fosse dentro o fuori.

 

Ma non lo addolorava il definirsi il raccontarsi ubiquo gli aveva procurato un complesso equilibrio nel quale si aggirava avidamente come un bimbo in vacanza.

 

Da troppo male reduce pur non sanandosi si confortava con rimedi anestetici e il tempo trascorreva in quel confine.

 

Fu quando il caldo si fece più costante dilatandosi in notti senza vento che l'assenza di sole non calmava fu quando al chiuso riemersero gli umori della pelle dagli abiti leggeri sudori di ragazzo ansie mensili selvatichezze antiche e cibi indigeriti fu allora che si accorse di aver raggiunto il limite.

 

Si era svuotato il viale di studenti vocianti e gli impiegati stanchi ritornavano a casa osservando distratti i profughi che a gruppi si incontravano all'ombra di un sudicio giardino a consumare ebbrezze e solitudini.

 

Vennero infine i giorni dei folli itineranti che padroni dei tram sfidavano il silenzio dei percorsi con rabbie polifoniche.

 

Scuotevano la testa i pochi passeggeri ricercando distanze al contatto e alla vista mentre le molte voci dei profeti inquietavano l'aria già pesante.

 

I tempi erano maturi per migrare ad uno ad uno se ne andarono tutti i guaritori così rimase solo a navigare in quella sospensione.

 

Ora - si disse - anch'io devo partire dal quartiere.

 

Gli amici si sorpresero del suo viaggio improvviso in quel luogo remoto - la cura ha avuto effetto o è il caldo di quest'anno - commentarono alcuni.

 

Ma al di là di ogni ipotesi fu proprio quell'estate che riuscì a superare la paura del vuoto.

 

Non fece più ritorno fu un guasto o un attentato chi può dirlo l'ultima traccia forse un'esplosione un fuoco d'artificio una stella cadente a metà agosto.

 

Restò perplesso quel pastore in Asia sollevando lo sguardo verso il cielo - un'altra guerra - pensò nel suo dialetto ma il lampo era lontano e il buio non tardò a rasserenarlo.




5

5. MIMESIS

 

In quell'avvio d'autunno il freddo giunse a tutti inaspettato e molti ne ammalò come d'inverno ma ancor di più sorprese il caldo che seguì.

 

Sarà la febbre - si spiegarono alcuni nel sudore dei letti e altri resi arditi dall'insonnia si accostarono inquieti alle finestre per spalancarle su un tepore oscuro e in anticipo seppero che l'aria era mutata.

 

Al mattino la vita riprese lentamente perché a ognuno doleva il non essere altrove e come tra le sbarre un prigioniero dalla città la gente vedeva il sole consumarsi invano.

 

Qualcuno prolungò l'assenza dal lavoro per commentare la stagione mite con amici casuali nei caffè i più ribelli scelsero la fuga e con sorrisi furbi raggiunsero le acque intorbidite del mare urbanizzato.

 

Alle fermate d'autobus le donne di ritorno dal mercato sospiravano gravide di spesa e i pensionati assorti si osservavano la tela deformata delle scarpe.

 

Sui balconi avviliti dai gerani esauriti per il troppo fiorire si scorgevano corpi abbandonati nell'illusione di giardini pensili e se non fosse stato per i salti distratti delle dita nell'estirpare il secco dalle foglie sarebbero sembrati inanimati.

 

L'esposta intimità dei panni stesi velava nostalgie di nudità su sedie arrugginite giunchi consunti plastiche travestite da stoffe floreali a soleggiarsi intenti erano ancora in molti.

 

Disteso sui colori ormai sbiaditi di un lettino pieghevole tentava di stordirsi nel primo pomeriggio inseguendo memorie di campagna.

 

Teneva gli occhi chiusi non tanto per la luce quanto per evitarsi ovvietà di vedute sulle case incombenti e contatti con sguardi fronteggianti da fessure curiose e inopportune.

 

Da anni già soffriva per quell'assedio statico al suo vecchio terrazzo che un crimine urbanistico dannava al livello inferiore dei palazzi arroganti oltre la strada.

 

L'ultima sua speranza era una scossa sismica che rendesse giustizia della disparità e gli ampliasse la vista sui contrafforti densi di macerie ma amara si opponeva la realtà come è solita fare ad ogni intensità di desiderio.

 

Così accaldato ascoltava il suo corpo inumidirsi nel buio delle ciglia immaginando le mutanti estensioni dei deserti e tutto questo nonostante il cupo ansimare del viale in sottofondo.

 

Pieno di voglie e di insoddisfazioni spesso godeva delle sue fantasie e amava divertirsi con se stesso non avendo trovato al di fuori coincidenze indolori ma riaffiorando a volte dal suo solitario esercitarsi si sospettava incline al troppo vizio e incerto poi restava sulla necessità di una sosta.

 

Sentendosi spiato da occhi sconosciuti limitava il suo gioco al proprio interno quel giorno sul terrazzo e inerte fingeva di dormire per nascondersi al mondo circostante come sulla parete il geco trasparente.

 

Ma l'eccessiva arsura a tratti lo spingeva al movimento e fu così che sollevando un braccio con piacere distinse il proprio odore e si desiderò senza pudore.

 

La vita gli era stata spesso amara non più di quanto tuttavia comunemente avvenga negli umani destini e come tutti avendo elaborato strategie di difesa cadde in un avvolgimento progressivo per ripararsi da giudizi esterni.

 

Ma fino a quell'istante di calda solitudine mai si era emozionato per se stesso con tanta intensità e avrebbe continuato a fiutarsi la pelle se violento il rumore di fronte di una finestra aperta all'improvviso non lo avesse sottratto a quella ebbrezza.

 

Sempre era il fuori a rovinargli il dentro un suono una parola una luce sbagliata la realtà fermentava di banali aggressioni e spesso di energie si sentiva svuotato nel tentativo di non contaminarsi.

 

Entrò in casa sfuggendo gli edifici opprimenti e in corridoio si incontrò allo specchio con un sorriso di complicità.

 

Era distante ancora la piena decadenza e il grigio sulle tempie si mostrava discreto e il corpo non soffriva dei gonfiori del tempo - è un uomo interessante - dicevano persone d'ogni sesso - ma un po' strano.

 

Era stato soggetto in gioventù a ventate d'amore incontrollato il cui acquietarsi gli aveva procurato un vuoto minaccioso.

 

Negli anni la speranza di provare emozioni tenaci era venuta meno a volte si addentrava in situazioni insolite o impossibili senza avere il coraggio di rischiare a volte nauseato dalla normalità volgeva in odio ogni eventuale affetto e diventava preda di ansie distruttive.

 

Si era aggravato infine il suo isolarsi e adesso sprofondava in monologhi oscuri per la paura di intimità promiscue ma mai si era sorriso come quel pomeriggio di settembre.

 

Con il suo odore ancora nella mente cominciò a preoccuparsi di tanta esaltazione poiché non lo saziava pienamente quel suo modo di amarsi di qualcos'altro infatti sentiva la mancanza che fosse dentro o fuori ancora non sapeva.

 

Non uscì quella sera per non dover parlare di se stesso agli amici invadenti e preferì pensare nel suo letto chiedendosi un consiglio fino all'alba.

 

Per quanto ritenesse un poco dubbia l'ipotesi analitica decise di tentare affidando a un estraneo il suo malessere e tra i tanti dottori per prima fu una donna a concedergli udienza.

 

Si insospettì di quella via elegante e delle stampe appese nell'ingresso dove il portiere lo colse di sorpresa rispondendo al vagare dei suoi occhi e gli indicò la giusta direzione.

 

Suonato il campanello avvertì avvicinarsi qualcuno oltre la porta a passi forti e lenti. La fine dell'attesa si tramutò in stupore che gli alterò lo sguardo troppo a lungo così che si irritò la dottoressa per essere costretta a presentarsi.

 

Ma aveva fianchi larghi e gambe ardite oltre la gonna stretta e una parte del seno prorompeva dalla camicia abilmente dischiusa e i capelli scendevano liberi sulle spalle pronti ad accompagnare i gesti della testa.

 

Accomodata dietro la scrivania la terapeuta assunse un aspetto più grave e lo fissò priva di compassione.

 

Fu costretto a interrompere il silenzio esponendo il suo caso ma non riuscì a evitare che gli occhi scivolassero dal volto dentro la cavità del seno oltrepassando il collo ingioiellato.

 

Impassibile l'altra continuava a osservarlo senza cordialità e lenti trascorrevano i minuti pesanti di disagio e di vergogna.

 

Giunto alla conclusione del racconto si dispose a ricevere il giudizio come uno studente esaminato.

 

La terapeuta scrisse una ricetta e gli comunicò gli orari degli incontri - intanto prenda questa medicina affronteremo in seguito il problema - disse senza aspettare il suo consenso.

 

Pur non provando molta simpatia per quella donna rigida e volgare si ritrovò coinvolto nel suo gioco e ne accettò le regole esitante.

 

Si affezionò con entusiasmo ai farmaci sperando che il suo male fosse soltanto uno scompenso chimico da controllare periodicamente e cominciò a prescriversi dosaggi meno cauti per confortarsi più rapidamente.

 

Si dedicava a questo in gran segreto sottraendosi a critiche e consigli e in breve tempo divenne un attento lettore di istruzioni e avvertenze che ripassava spesso prima di dormire come un devoto fa con le preghiere.

 

Si convinse all'inizio di avvertire i segni lievi di un miglioramento poiché stordito dalle sostanze magiche dimenticava di non stare bene e la notte affondava in una letargia priva di sogni che al risveglio tardava a scomparire.

 

Sentiva diradarsi il desiderio di sé che gli tornava qualche volta in bagno incontrando il suo corpo da lavare ma l'acqua si prendeva l'odore della pelle restituendo una purezza anonima e la voglia di amarsi si perdeva.

 

Avvenne tuttavia che viaggiando su un autobus affollato certi contatti gli sollecitarono colpevoli memorie e nonostante i farmaci l'impulso di esaudirsi lo turbò.

 

Fu l'ultimo giorno di quel caldo innaturale quando le nuvole si addensarono in cielo e la gente fiutò l'arrivo dell'autunno. Che si manifestò spietatamente e in molti si pentirono di esserselo augurato.

 

Umido si trovò dinnanzi all'arroganza del portiere e si avviò contrariato alla seduta finché la pioggia non divenne un'eco lasciata oltre la porta dello studio.

 

Stava vivendo il cambiamento climatico come un evento punitivo provocato dalla sua perversione. La dottoressa disapprovò questa interpretazione - mi parli piuttosto di sua madre - lo interruppe decisa.

 

Seguiva infatti un metodo direttivo e disdegnava l'onirico torpore dei lettini e il digredire verbale in due o tre incontri puntava con chiarezza al nucleo del problema e lo disintegrava.

 

Lo avvampò il rosso acceso delle labbra e le unghie smaltate di fresco così per non deluderla ricordò di sua madre solo le nefandezze castratorie.

 

Ma più che nel deporre si stava concentrando nel guardare e gli occhi avidamente si bevevano quella dovizia tutta femminile di trucchi e di lustrini e di profumi dolci.

 

Si eccitò quella sera annusandosi addosso le tracce del colloquio e con la scusa di un dono cercò in vari negozi quell'inebriante essenza.

 

Se ne cosparse il petto e anche più giù e non ebbe bisogno di altre azioni.

 

Che strano - disse un amico al ristorante - questo odore mi nausea chissà da dove viene. Alcuni si stupirono di vederlo rasato e gli scoprirono un volto delicato con la scomparsa della barba ruvida dietro la quale da anni si celava per pigrizia o difesa non si sa.

 

In poche settimane la terapia divenne consuetudine e nelle sospensioni tra una seduta e l'altra i farmaci colmavano il vuoto dell'attesa.

 

Il ventuno dicembre nelle scuole le maestre pedanti annunciarono l'arrivo dell'inverno e gli scolari delle prime classi avvisarono a casa i genitori che secondo gli umori ironici sorrisero o nervosi derisero la novità tardiva poiché da mesi ormai giacevano riposti i vestiti leggeri.

 

Nei vasi sui balconi marcivano i cadaveri di piante stagionali e i panni si asciugavano all'interno assorbendo gli odori di cucina.

 

Distrattamente a volte osservava la pioggia nel terrazzo e il respiro annebbiava i palazzi oltre i vetri custodendo il suo sogno di vedute diverse.

 

L'opacità del tempo riduceva di molto le mattine così che i pomeriggi si dilatavano in durate da infanzia anticipi protratti di oscurità notturne.

 

Da fuori il freddo gli dava protezione e restava per ore in gestazione dentro di sé indagando i segni del mutare.

 

A ogni colloquio diligente narrava le invadenze materne tentando di evitare con l'immaginazione le comuni ovvietà delle quali peraltro l'analista sembrava non accorgersi presa com'era dalla certezza diagnostica.

 

Ma più che al dire era intento a guardare l'esibirsi opulento della donna dall'ancheggiare ondoso dell'inizio ai gesti misurati del mestiere quando seduta si rappresentava in una pacatezza innaturale che accentuava il sospetto di fremiti nascosti.

 

Assimilava allora le emissioni aromatiche del corpo sospese nella quiete irreale dello studio dove una tenda di velluto scuro impediva all'esterno di turbare il morbido artificio delle luci liberando la vista da panorami banali.

 

Tuttavia non l'amava ma una sottile invidia in quei momenti era l'unico sentimento disponibile.

 

Mentre lo accompagnava alla porta provò quel giorno un improvviso impulso di toccarla non tanto per goderne quanto per valutare la consistenza dei fianchi che non sembrava corrispondere all'età ma si trattenne per educazione e il dubbio gli rimase dentro gli occhi.

 

Inevitabile arrivò il Natale che come è d'uso presso gli analisti avversi a un'eccessiva confidenza fu senza auguri.

 

Costretto ad un distacco prolungato finalmente ebbe il tempo di dedicarsi a se stesso e lieto si dispose a fare acquisti con i risparmi di quella interruzione.

 

Nei giorni e negli orari consacrati all'analisi si avventurò nei negozi limitrofi allo studio per acquietare l'ansia innovativa che si portava dentro ormai da qualche mese.

 

Si accorse infine di essere del tutto emerso dallo stadio larvale quando al concludersi del ciclo festivo si recò a fare visita alla madre quella mattina grigia dell'Epifania. Dal suo sguardo atterrito gli fu chiaro l'effetto devastante di una gonna aderente e di un trucco accentuato.

 

In poco tempo apprese l'equilibrio anche sui tacchi a spillo e fu allora che ritenne conclusa l'esperienza analitica.




1

6. METATHESIS

 

Sull'autobus le suore che spesso sono inquiete tormentano il rosario tra le dita fingendo con se stesse di pregare per non cedere il posto alle zingare gravide poi scendono di corsa alle fermate con le scarpe ortopediche e come gli altri si perdono nel mondo.

 

Era l'ora di pranzo e all'improvviso il sole tornò ironico a pesare sull'inadeguatezza dei vestiti scelti al mattino durante il temporale.

 

Qualche ragazzo già si alleggeriva una donna era incerta se provare forse per la costanza termica interiore un vagabondo sembrava indifferente nel suo cappotto metastagionale.

 

Ne incontrò a una frenata il liquido degli occhi e in quell'istante si sentì aggredito fu così che decise di tenersi la giacca sul sudore quasi fosse uno scudo protettivo.

 

Del resto anche la suora si celava nell'abito avvolgente e come un cavaliere del deserto sopportava con forza le ostilità climatiche evitando di esporre le proprie imperfezioni.

 

Nel guardarla si chiese se provenisse dalla Mesoamerica o dalle zone impervie a sud dell'Appennino dove agonizza la civiltà rurale ma il quesito si perse lungo il viale.

 

Infatti per sfuggire al rancoroso ingresso degli Slavi era sceso in anticipo dall'autobus e procedeva interno al marciapiede sperando di non essere infangato dagli scarti nervosi delle macchine sui ristagni di pioggia.

 

Un giovane straniero accomodato in terra con un cane divaricò la mano sorridendo e lo fissò d'azzurro occidentale con aperto disprezzo al suo rifiuto.

 

Non pensò banalmente - torna dove sei nato - essendo incompatibile la distinzione etnica con il sentirsi preda universale.

 

Era infatti malato di una sopraffazione originaria contratta nell'ambiente famigliare forse per la tenacia vessatoria di un fratello maggiore forse per un travaglio troppo prolungato.

 

Di solito vivendo ci si immunizza in parte da tali infermità tanto comuni ma qualche volta accade che taluni siano soggetti al male oltre la norma e dolorosa scorre l'esistenza in ricadute sempre più fatali.

 

Così l'essere insano lo induceva ad aggirarsi come un fuggitivo nell'ovvia ostilità della realtà e animale stanato si sentiva dietro gli angoli oscuri delle strade tra rumori sospetti e ombre inaspettate nel sinistro contatto della folla per la città dolente di violenze.

 

Anche in casa talvolta serrate le persiane interpretava il sottofondo urbano come un respiro cupo di presenze selvatiche e una parte di sé gli scivolava oltre il limite incerto del rifugio attratta da quel buio spaventoso.

 

Un lento affogamento da palude dilatava quel tempo disperato ma a tratti riemergendo la ragione lo possedeva un sano sfinimento e consumato infine si affidava agli incubi notturni.

 

Fu il giorno che incontrando nuovamente la suora amerindiana o contadina presentì una catastrofe incombente e un vetro si staccò da una finestra per una bizzarria del vento di settembre.

 

Si radunò la gente commentando la disgrazia evitata mentre la propensione eziologica di alcuni attribuiva il miracolo alla prossimità di un'edicola votiva.

 

Ci fu chi suggerì di cementare la data su un ex voto nel fatiscente intonaco murale da cui vegliava il santo sulle vicende umane e sul frequente orinare di passanti e di cani ma la pioggia disperse ogni intenzione e anche le tracce delle irriverenze.

 

Restò solo a bagnarsi turbato dall'evento e dalla convinzione di avere addosso un nuovo maleficio per quello sguardo obliquo della suora non casuale presagio di sventura.

 

L'idea gli si aggravò verso il tramonto e nel temuto spazio della notte gli annerì ogni pensiero di futuro così che si convinse di aver perso l'adattamento al mondo e allarmato ricorse all'analista perché lo esorcizzasse nel profondo.

 

Se lo scelse benevolo e maturo con i capelli bianchi e lo scrittoio antico le tende chiare sulle finestre dalle quali giungeva anche d'inverno la luminosità serena di un giardino claustrale.

 

Sorrideva il dottore di esperienza al racconto di sintomi già noti e annuiva con leggera pazienza come con i bambini per calmarli da una violenza interna.

 

Stia tranquillo vedremo di aiutarla - e quiete le parole si sfumavano nelle pareti bianche dello studio per andarsi a posare lievemente sul verde delle piante ben curate.

 

Lo scadere del tempo era attenuato dall'assoluta assenza di orologi poiché poco distante una campana annunciava i rintocchi del distacco.

 

Di tanto si sentiva sollevato che non considerò di malaugurio il passo claudicante del dottore al quale si adattò teneramente per non anticiparlo in corridoio.

 

Alla porta d'ingresso l'analista gli offrì inatteso un contatto di mano ed uno sguardo umano di commiato che a lungo gli restarono in memoria.

 

Quella sera evocandoli riuscì a distrarsi dalla sonorità offensiva di ambulanze e di tram e si tenne aggrappato a un indizio di pace per contenersi l'istinto di rovina poiché si imbizzarriva la sua anima buia per dolorosa nostalgia di tenebre all'esito del giorno e se non fosse stato per lo scontro all'incrocio echeggiante di vetri e di lamiere avrebbe anche potuto trattenerla più a lungo dal quotidiano perdersi in orrori virtuali.

 

Per quanto si chiudesse nella casa sempre sopravvivevano interstizi dai quali penetravano richiami di sirene a trascinargli via le parti più indifese con pensieri di morte seducenti e lusinghe fatali per la sua vocazione all'olocausto.

 

E si traspose al centro della strada tra i pezzi del semaforo abbattuto come in un sogno urlando senza suono e lo spazio domestico iniziò a tramutarsi in un fuori selvaggio.

 

Del resto si poteva prevedere che un'unica seduta non avrebbe acquietato l'ostilità bestiale che si portava dentro come un cane impazzito legato al suo padrone.

 

La cupa convivenza con se stesso richiedeva una cura intensiva e all'alba affranto da una notte insonne si ritrovò a vegliare l'orologio per affrettare l'ora del soccorso.

 

Si era appena svegliato l'analista e con la figlia sorseggiava il tè nella veranda osservando il fiorire dei vasi concimati che già da qualche anno confortavano la conclusione del suo impegno clinico.

 

Impiegò un certo tempo per rispondere avanzando malfermo sulle gambe ma non ebbe incertezze nella voce quando al telefono acconsentì a un incontro infatti si annoiava della stabilità raggiunta e del sereno corso delle cose tra dipinti d'autore alle pareti e collezioni lucide di teiere cinesi.

 

Ne aveva viste tante in ospedale ma di più lo attiravano le intime follie che infide consentivano la possibilità di un vivere impossibile.

 

Esistenze contorte come foglie malate che continuano a crescere deformi e stentano a cadere piante che non germogliano e non muoiono costantemente afflitte da tristezze invernali.

 

Agli individui senza primavera si era accostato con la curiosità di chi va ricercando in un mercato gli oggetti più riposti e impolverati per scoprirne il valore che non è manifesto agli inesperti e ricondurli in seguito alla luce avendoli alleviati da ogni impurità.

 

Così si divertiva a rovistare tra le rovine altrui tentando di salvare gli animi da metastasi d'angoscia e a volte gli sembrava di riuscirci più per grazia divina che per maestria terapeutica.

 

Ne giungevano alcuni resi incapaci dalla disperazione di rendere a parole i mali interni e rigidi tacevano in apparenza di normalità.

 

Costoro si facevano paura nel descriversi e dal silenzio traevano equilibrio come un bambino tiene gli occhi chiusi per nascondersi.

 

Altri si abbandonavano al parlare quasi fossero reduci da un protratto naufragio solitario.

 

In tutti i casi l'affioramento delle verità risultava impedito da un eccesso e appariva difficile al dottore trovare antidoti a veleni sconosciuti.

 

Mentre il tè si freddava nella tazza e la donna batteva i tappeti orientali sul balcone spaventando i passeri tra i rami e il cane abbaiava compiacente l'analista pensava ai tanti modi cui ricorre la mente per soffrire e alle vaghe certezze che il suo metodo offriva per guarire e si sentì un po' santo e un po' amuleto da usare contro i rischi della vita.

 

La giornata iniziò tra narrazioni di deliri notturni che il chiarore diurno sembrava non sfumare e il dolore si espresse con tale intensità che entrambi si convinsero della necessità di visite frequenti.

 

E come uno sciamano accoglie su di sé le parti oscure che dannano il malato per tentarne il dominio il dottore ascoltava attentamente prendendo appunti con la stilografica e la trasposizione cominciò ad attuarsi.

 

Che mi stia liberando dalla maledizione - disse la sera in casa con un bicchiere in mano e acconsentì a versarsi del sonnifero in gocce per non stare di guardia alla sua ombra.

 

Evitato l'orrore della notte gli rimaneva il giorno da risolvere ma lentamente si perfezionò nell'arte di passare inosservato sfuggendo ogni possibile conflitto in strada sul lavoro e con se stesso e affidò all'analista il ruolo di assoluto referente.

 

Chi lo considerava sano da malato lo giudicò anormale da convalescente per quella respingente indifferenza che aveva preso il posto della fragilità.

 

Il cambiamento gli rese più difficili i rapporti avendo sovvertito l'apparenza attraverso la quale gli altri tendevano a identificarlo.

 

Fu il gatto ad accorgersi per primo della diversità non trovandolo pronto alle carezze e molti poi notarono l'assenza sul suo viso della vaga dolcezza con cui era solito dissimulare la paura.

 

In quel periodo dell'anno quando è più freddo in casa che all'esterno mentre rabbrividiva l'analista al calar della sera che tuttavia era tarda al suo balcone la cura rese il primo risultato.

 

Ricominciò a guidare che il cielo già scuriva a metà pomeriggio e le donne un po' tristi pensavano in anticipo alla cena perchè dalla cucina il giorno si spegneva nei cortili prima che altrove e nulla più restava da aspettare.

 

Si sottrasse così alle suore sugli autobus e alla condivisione degli appoggi unti di corpi effimeri e si ritrasse in viaggi solitari decidendo i percorsi e le fermate.

 

Sorpreso di se stesso si spinse ad esplorare periferie improvvise oltre le strade che dal tram intuiva nei desolati inizi immaginando baratri e latrati di cani sotto i lampioni infranti.

 

Vide balconi grigi e armadi arrugginiti a prolungare interni tra vasi senza fiori da cui spuntava a volte un accenno di ramo sconosciuto arrivato nel vento in primavera dai prati lungo gli argini del fiume.

 

Poco lontani i nomadi sotto i gabbiani avidi si ricreavano patrie di rifiuti seduti sui sedili di macchine sventrate e un bambino correva come fanno i bambini appena possono.

 

Se fosse giorno o sera non si accorse per quella pioggia grigia che assorbiva ogni eventualità di luce così tutto appariva a chi osservava come distante un paesaggio irreale e a chi era dentro l'unica delle possibili realtà.

 

Ne salivano a gruppi dal sentiero per raggiungere il mondo superiore tra i pali di sostegno di una pubblicità senza pudore come un assurdo segno di confine nel sovrapporsi di universi estranei sotto la fissità fotografata schizzavano gli zingari a colori.

 

Al ritorno oltre il ponte margine senza nome di quartieri intermedi lo affliggeva il percorso tra i palazzi appostati nell'irrigidimento di tristezze uniformi sull'inferiore transito di umanità scomposte dinnanzi al susseguirsi dei negozi che osceni si esibivano agli sguardi.

 

Lo stradone affogava dentro il cavalcavia tra sporche oscurità di luci gialle che penetrando i vetri alteravano i volti della gente sui tram così che tutti un male sembrava accomunare di livide espressioni e stanchezze finali.

 

Sopra i treni passavano non evocando fantasie di viaggi perchè il suono più in basso si perdeva e in alto si annullava buia la ferrovia nella città. Per anni la paura lo aveva allontanato dal volgare esercizio del guidare e si era abbandonato al farsi trasportare coltivando il suo vizio alla cautela come un'erba infestante che nel tempo gli si era radicata senza scampo.

 

Ma accade che talvolta si interrompano per qualche oscuro salto della sorte le umane consuetudini e in certi casi sono strumento degli dei scherzosi gli analisti anche seri tanto che si sorprendono per primi degli effetti tuttavia senza ammetterlo così sacrificando alla spiegabilità l'arte magica.

 

Naturalmente - gli confermò pacato il terapeuta - lei si sta liberando della negatività che la opprimeva adesso non soltanto può guidare ma soprattutto è pronto per guidarsi.

 

Perché - si chiese allora - negli spazi dove rimette la città i suoi eccessi a fermentare.

 

Chissà per dare corpo allo sciame sgraziato dei residui di buio in infida latenza per trasporre all'esterno i mali indefiniti e separarsi dalle parti infette. O più semplicemente per l'ampiezza delle vie periferiche.

 

E mentre rifletteva sulle ipotesi senza pretesa di risposte univoche si accorse dell'insolita inquietudine che il dottore affidava al ritmo delle dita sul dio di legno indiano scolpito in beatitudine.

 

Il caldo era eccessivo in quella stanza e ancor più lo divenne nel pieno dell'inverno tanto che da gradevole risultò soffocante ai primi di febbraio come nel ventre chiuso di una macchina finché i vetri si appannano e isolati si resta ad ansimare.

 

Che stesse vacillando più del solito si accorse allo scadere del colloquio quando gravati dei disastri altrui si alzano i terapeuti dallo scanno e quasi allo svanire dell'effetto di un incanto ad orario ridivengono umani se ancora gli è possibile.

 

Così l'incerto incedere gli procurò un disagio che si disperse al freddo della sera e il fuori gli sembrò liberatorio vagando con lo sguardo oltre il cancello del giardino botanico tra le ombre dei rami a diluire il ricordo di luce innaturale di quella temporanea prigionia.

 

Si accomodò nel buio con piacere come fa l'assassino nell'attesa e ne riemerse a un debole lampione spaventando un drogato accomodato sulle scalette al limite del vicolo.

 

Per viaggi periferici o incursioni notturne nelle isole basse del quartiere continuò la sua cura mitridatica per divenire immune da ogni veleno urbano e con l'andar del tempo trasse forza da questo salutare stato tossico.

 

L'analista al contrario si ammalava come accade a chi è stato sempre sano all'improvviso e senza soluzione tanto che diradò gli incontri o ne modificò a suo comodo gli orari esercitando ingiusto quel potere che gli analisti negano ai pazienti.

 

Fu il giorno che notò dietro la sedia quell'inconsueto giallo nelle foglie della pianta impudica che ascoltava durante le sedute i suoi racconti crescendo senza sosta lungo i mesi per concimi di sangue o di escrementi di animali immolati a vite altrui.

 

Nel tardo pomeriggio di quel giorno a un semaforo giallo lampeggiante superò sulla destra un tram dubbioso ma la sorpresa gli tardò il frenare.

 

Spesso si lanciano gli anziani zoppicanti nella strada per istinto suicida invulnerabili fino al grido d'orrore dei passanti. Così il caso decise la fine dell'analisi risparmiando agli umani le incertezze.

 




Sigmund Freud Museum, Wien



© 2003/2010 SÉ-SITO
webmater

 COPYRIGHT
I testi e le immagini di questa pagina sono protetti da Licenza Creative Commons. Sono consentite citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purché accompagnate dal nome dell'autore (Emilia De Simoni) e dalla citazione della fonte (SÉ-SITO). In caso di utilizzo si prega di darne comunicazione
.

pagina aggiornata il 27 febbraio 2010